Tumori del tratto digerente, ecco le ultime terapie

Terapie vincenti, ma l’arma vincente è la prevenzione

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I farmaci a bersaglio molecolare nelle patologie oncologiche dell’apparato digerente sono entrati in una nuova era e, almeno per alcuni bersagli, soprattutto per il fegato, alcuni nuovi farmaci hanno dimostrato la loro efficacia.

Nel caso dell’epatocarcinoma ad esempio per molti anni abbiamo avuto a disposizione un unico farmaco, il sorafenib, che ha dimostrato sicuramente una discreta efficacia nella malattia in fase avanzata ma che induceva effetti collaterali talvolta poco tollerabili da parte dei pazienti e con il quale si otteneva una risposta clinica solo in una parte di malati trattati. Il tutto aggravato dalla mancanza di un test che ci facesse individuare a priori i pazienti che si sarebbero giovati della terapia. Oggi abbiamo delle novità importanti nel trattamento di questo tumore del fegato.

Blefaroplastica, l’intervento e i suoi effetti

L’operazione che ridona giovinezza allo sguardo

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Quando sul volto cominciano a manifestarsi i segni del tempo, i primi elementi a soffrire sono gli occhi. L’effetto negativo è legato al cedimento delle palpebre e al contempo al loro rigonfiamento, condizione sintetizzata dall’espressione “avere le borse sotto gli occhi”.

Di conseguenza, uno dei primi interventi di chirurgia estetica a cui si pensa è la blefaroplastica, procedura chirurgica che mira alla ricostruzione della palpebra.

A chi è indicata la blefaroplastica? Senza dubbio, il paziente ideale è fisicamente sano, psicologicamente stabile e sereno, e soprattutto ben informato sulla procedura chirurgica e post-chirurgica. Si tratta, in effetti, di condizioni necessarie per qualsiasi intervento di chirurgia estetica.

Malattia di La Peyronie, efficace la collagenasi

Il trattamento per il pene curvo sembra funzionare

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Sono disponibili nuovi dati sull’utilizzo della collagenasi di Clostridium histolyticum per la cura del pene curvo, conosciuto anche come induratio penis plastica o malattia di La Peyronie.

“La patologia prevedeva fino a un anno fa solamente terapie palliative con scarse evidenze scientifiche. L’arrivo di questo nuovo trattamento ha rivoluzionato le aspettative dei pazienti, per i quali è finalmente auspicabile un miglioramento oggettivo della curvatura peniena, evitando interventi chirurgici complessi”, ha spiegato il Prof. Alessandro Palmieri, Presidente della Società Italiana di Andrologia (SIA).

Duecento i pazienti trattati nel primo anno in Italia, oltre il 50% proprio a Firenze, con un’età media di 54 anni, il più giovane di 15 anni a confermare la possibile predisposizione genetica della malattia; 96% i pazienti con un miglioramento oggettivo, 80% quelli contenti del risultato.

Prendi Viagra? Stai attento se hai malattia di La Peyronie!

Tumori e invecchiamento, una molecola antisenso li blocca

Applicato il principio della domotica per combattere cancro e vecchiaia

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Il genoma della cellula tumorale è instabile. Si rompe continuamente, accumulando danni che la cellula stessa tenta tenacemente di riparare per sopravvivere e proliferare.

Individuare strategie per impedire che in queste cellule il DNA si ripari è fondamentale per eliminarle e curare il cancro. Il gruppo di ricerca guidato da Fabrizio d’Adda di Fagagna, ricercatore di IFOM di Milano e dell’IGM del CNR di Pavia, aveva già dimostrato nel 2012 sulle pagine di Nature il ruolo cruciale di alcuni RNA non codificanti, piccole molecole regolatorie trascritte dal DNA e non usate per sintetizzare proteine. Come guardiani, questi RNA intervengono ogni volta che si genera un danno al DNA e fanno scattare l’allarme a tutela dell’integrità del genoma.

I polifenoli riducono il rischio di cancro

Conferme arrivano da una nuova ricerca americana

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Un nuovo studio sembra confermare l’ipotesi che i polifenoli svolgano un ruolo protettivo nei confronti dei tumori. La ricerca è stata realizzata dai professori Robert Thomas, Dorothy Yang e Madeleine Williams, oncologi presso il Bedford Hospital di Cambridge, e Catherine Zollman, direttrice medica del dipartimento di oncologia della clinica Penny Brohn di Bristol.
L’analisi conferma e rafforza la rivoluzionaria scoperta del nesso tra l’assunzione di alimenti ricchi di composti fitochemicali e una riduzione del rischio di contrarre il cancro.
I composti fitochemicali delle piante, che danno colore, gusto e aroma a molti alimenti, ci proteggono dagli agenti cancerogeni rinforzando gli enzimi antiossidanti, migliorando i percorsi di riparazione del DNA…

Gli effetti anti-aging dei funghi

Due antiossidanti prevengono demenza e malattie cardiache

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In autunno non c’è niente di meglio di un bel piatto di funghi. Lo pensano anche i ricercatori della Pennsylvania State University che hanno pubblicato su Food Chemistry uno studio sugli effetti benefici prodotti dal consumo dei funghi, in particolare gli champignon.
Stando ai dati, 5 champignon al giorno contribuiscono a prevenire l’insorgenza di malattie cardiache, demenza e tumori grazie alla presenza di due antiossidanti, il glutatione e l’ergotioneina. La concentrazione degli antiossidanti è in realtà maggiore nei porcini.
Il prof. Robert Beelman, uno degli autori dello studio, commenta: «C’è una teoria, quella dei radicali liberi dell’invecchiamento, secondo cui quando utilizziamo il cibo per produrre energia viene prodotto anche un certo numero di radicali liberi.

Nuovo trattamento per gli aneurismi aortici

In caso di mutazione genetica si può intervenire con un farmaco

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Limitare con una terapia farmacologica lo sviluppo dell’aneurisma aortico nei portatori di varianti genetiche che predispongono a questa patologia.

È la prospettiva aperta da uno studio condotto dal Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale dell’I.R.C.C.S. Neuromed, diretto dal professor Giuseppe Lembo, e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Immunity.

L’aneurisma dell’aorta è una dilatazione della principale arteria del nostro organismo per la quale non esistono terapie mediche, ma solo interventi chirurgici, spesso in emergenza. Si sviluppa lentamente, aumentando di volume nel tempo fino al possibile cedimento della parete arteriosa. Una vera emergenza, dalla quale non è facile salvarsi: 8 persone su 10 colpite da rottura dell’aneurisma muoiono, la maggior parte prima di arrivare in un ospedale.

Degenerazione della retina, nuovo approccio

Identificata una nuova potenziale strada terapeutica

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Le cellule ganglionari sono neuroni della retina che convogliano direttamente al cervello le informazioni ricevute dalle altre cellule del sistema visivo.
La loro morte è un fenomeno cruciale in diverse patologie che mettono seriamente a rischio la vista, come il glaucoma, la degenerazione maculare e la retinopatia dei bambini prematuri. Una possibilità di proteggere le cellule ganglionari è stata ora individuata dai ricercatori del Laboratorio di Neurobiologia Cellulare e Molecolare dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS).
Lo studio parte dal concetto secondo il quale la degenerazione delle cellule ganglionari è dovuta a una serie di fattori tra cui l’eccitotossicità, dove il protagonista principale è l’acido glutammico, uno dei più importanti neurotrasmettitori, sostanze cruciali nella trasmissione di informazioni tra i neuroni.

Ceroidolipofuscinosi neuronale, le possibilità di cura

In futuro l’aspettativa di vita potrà aumentare

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I bambini colpiti da ceroidolipofuscinosi neuronale hanno un’aspettativa di vita molto limitata, 10-15 anni al massimo.
I risultati di una sperimentazione clinica mostrano tuttavia che la terapia enzimatica sostitutiva cerliponase alfa può anche arrestare la progressione della malattia. Due trials sono in corso per valutare i benefici del trattamento nel lungo termine e nei fratelli di bambini che presentano la mutazione ma sono asintomatici.
Il punto sulla patologia e le nuove strategie terapeutiche è stato fatto durante il Terzo Congresso Nazionale sulle Ceroidolipofuscinosi Neuronali.
Le ceroidolipofuscinosi neuronali (CLN) sono rare malattie neurodegenerative. Ne esistono ben 13 forme diverse, di cui 10 a esordio infantile.

Ecco perché la marijuana piace tanto

Il meccanismo biologico legato ai freni inibitori viene meno

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La marijuana intrappola in una sorta di incantesimo il cervello dei più giovani, agendo sui freni inibitori che dovrebbero ridimensionare il senso di gratificazione.
A far luce sulla dinamica è uno studio di ricercatori della Brigham Young University di Provo, negli Stati Uniti. La ricerca, apparsa sul Journal of Neuroscience, rivela un nuovo potenziale bersaglio terapeutico per la messa a punto di farmaci più efficaci in grado di trattare la dipendenza da cannabis.
L’area cerebrale oggetto di studio è quella tegmentale ventrale, colpita dagli effetti degli stupefacenti. Jeffrey Edwards, primo autore della ricerca, e i suoi colleghi hanno analizzato proprio questa regione del cervello ancora in via di sviluppo nei topi più giovani, valutando gli effetti prodotti dal tetraidrocannabinolo (Thc), il principio attivo della marijuana