Le nanotecnologie per il tumore al cervello

La loro applicazione aumenta l’efficacia dei farmaci

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C’è una nuova speranza per chi è affetto da tumore cerebrale, e da glioblastoma multiforme in particolare.

Una ricerca condotta dal Laboratorio di Neuropatologia Molecolare dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma, l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù e la Harvard Medical School, apre infatti una nuova strada al trattamento della malattia.

Lo studio, pubblicato sulla rivista ACS Chemical Neuroscience, ha impiegato il farmaco standard per la terapia del glioblastoma: il temozolomide. L’azione di questa molecola viene purtroppo limitata dalla cosiddetta barriera ematoencefalica, che separa le cellule cerebrali dal flusso sanguigno impedendo il passaggio di molte sostanze contenute nel sangue.

Diabete, canagliflozin sicuro per chi ha problemi ai reni

L’antidiabetico è indicato per i pazienti con malattia renale cronica

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Il farmaco canagliflozin si rivela efficace e sicuro per i pazienti diabetici affetti anche da malattia renale cronica.

A testimoniarlo sono i risultati dello studio di fase III CREDENCE, interrotto anticipatamente poiché la sperimentazione ha soddisfatto i criteri prestabiliti per gli endpoint compositi primari.

CREDENCE è la prima sperimentazione specifica riguardante outcomes renali in pazienti affetti da diabete di tipo 2 e MRC volta a esaminare l’efficacia e la sicurezza di canagliflozin, rispetto al placebo, quando viene somministrato in aggiunta alla terapia standard. La sperimentazione ha determinato l’efficacia e la sicurezza valutando il rischio e la riduzione del tempo prima dell’inizio della terapia dialitica o del trapianto di rene, il raddoppio della creatinina sierica, la morte renale o cardiovascolare.

Esami di successo? Non dipende solo dallo studio

A scuola o all’università, i risultati non dipendono solo dallo studio: anche ormoni, ghiandole e il cosiddetto “filtro affettivo” entrano in gioco quando si parla di esami e test. A dirlo  il professor Paolo E. Balboni nel libro “Le sfide di Babele”. Ecco come la biochimica può influenzare la pagella, il libretto universitario o persino l’esame di maturità.

Quante volte è capitato di studiare e studiare, presentarsi all’esame o all’interrogazione e andare completamente nel pallone. Col risultato di dover accettare un misero 18 oppure, se proprio va male, ripresentarsi all’appello successivo. Naturalmente, la qualità e l’organizzazione dello studio sono imprescindibili, ma esiste un fattore, chiamato “filtro affettivo”, in grado di mandare all’aria i nostri piani di gloria.

Come funziona il filtro affettivo

Davanti a una sfida stimolante e positiva, l’organismo rilascia neurotrasmettitori (come la noradrenalina) fondamentali per ricevere e memorizzare l’argomento di studio e per essere poi in grado di riportarlo in maniera soddisfacente al momento della prova. Tuttavia, in caso di stress negativo, ansia, paura di non riuscire, l’organismo si allarma e si prepara ad affrontare il pericolo. Infatti, l’amigdala, una ghiandola posta al centro del cervello che controlla le emozioni, specialmente quelle negative, ordina il rilascio di steroidi “difensivi”. Allo stesso tempo, però, l’ippocampo, ghiandola fondamentale per inserire le nozioni acquisite nella memoria a lungo termine, comprende che una prova scritta o un esame orale non sono pericoli reali e quindi cerca di bloccare l’iniziativa dell’amigdala. Tuttavia, per fare questo, l’ippocampo smette di occuparsi di indirizzare le nuove informazioni o di recuperare quelle esistenti nella memoria a lungo termine. Il conflitto tra le due ghiandole fa innalzare una barriera emotiva, chiamata appunto “filtro affettivo” perché filtra negativamente le nostre capacità e prestazioni.

Paura degli esami? Ecco perchè studiare all’ultimo minuto non aiuta

La lotta ghiandolare rallenta l’attività neo-frontale del cervello, quella che ospita la memoria di lavoro, e lo studente va in tilt, giungendo in alcuni casi alla totale scena muta e al tanto temuto “ci vediamo al prossimo appello/interrogazione”. Ma il filtro affettivo non va in scena esclusivamente al momento della prestazione, davanti al foglio della prova o alla commissione d’esame. Infatti, può entrare in gioco anche prima del momento dell’esame, durante la tipica studiata dell’ultimo minuto, quando l’ansia è alle stelle e la caffeina quasi supera i livelli di emoglobina nel sangue. Tutto quello che lo studente ingurgita in quelle poche ore dedicate allo studio non si traduce in acquisizione, perché il filtro affettivo impedisce che le nozioni si collochino nella memoria a lungo termine.  In altre parole, magari servirà a passare l’esame con un voto miracolosamente dignitoso, ma i contenuti appresi non verranno ricordati a lungo e tutto lo sforzo si rivelerà completamente inutile.

Colite ulcerosa, efficace vedolizumab

La formulazione sottocutanea raggiunge l’endpoint primario

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Sono disponibili i risultati dello studio clinico VISIBLE 1 sull’efficacia e la sicurezza della formulazione sottocutanea di vedolizumab.

Il farmaco di Takeda è stato sperimentato su pazienti adulti con colite ulcerosa attiva da moderata a grave, che avevano ottenuto, in open label, la risposta clinica alla sesta settimana alla terapia di induzione con due somministrazioni di vedolizumab per via intravenosa.

L’endpoint primario dello studio (raggiungimento della remissione clinica alla settimana 52), nel gruppo di pazienti trattati con vedolizumab per via sottocutanea dalla sesta settimana e poi ogni due settimane, è stato raggiunto in una proporzione di pazienti statisticamente significativa rispetto al placebo.

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L’olio di cocco elimina la cellulite

Ricco di acidi grassi, stimola il microcircolo e la rigenerazione della pelle

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Le avete tentate proprio tutte contro la cellulite? Forse no, provate con l’olio di cocco. Non è molto utilizzato, ma le sue qualità sono certificate, grazie alla ricca concentrazione di acidi grassi, in particolare l’acido laurico, che svolgono un’azione idratante ed emolliente sulla pelle.

Per ridurre la cellulite, si possono mettere in atto diversi trattamenti a base di olio di cocco, primo fra tutti il massaggio. Dopo averlo riscaldato fra le mani per qualche secondo, l’olio va applicato alle parti interessate con movimenti circolari e regolari. Si possono aggiungere alcune gocce di olio essenziale di arancia amara o di lavanda.

Il secondo step è rappresentato dallo scrub. In questo caso, bisogna preparare un mix di olio di cocco, due cucchiaini di zucchero di canna e due di fondi di caffè. Il risultato va applicato dolcemente prima di fare la doccia con acqua tiepida.

Il codice genetico è più antico del Dna

Nuova ipotesi sull’origine della vita

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L’accoppiamento selettivo di coppie di basi azotate scoperto e indicato da Watson e Crick nel 1953 come fenomeno alla base della trasmissione del codice genetico non è esclusivo del DNA ma avviene spontaneamente anche tra singole basi azotate e potrebbe quindi essere non la causa ma addirittura l’origine della formazione del DNA.

Lo dimostra uno studio pubblicato in questi giorni su PNAS a firma del gruppo di ricerca dell’Università Statale di Milano coordinato del prof. Tommaso Bellini del Dipartimento BIOMETRA e del gruppo di ricerca dell’Università del Colorado coordinato dal prof. Noel Clark.

L’appaiamento Watson-Crick, per il quale le basi azotate, che sono i costituenti fondamentali degli acidi nucleici come DNA e RNA, si legano selettivamente.

Melanoma, terapia con Binimetinib più Encorafenib

La combinazione migliora la sopravvivenza libera da progressione

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Approvata la combinazione encorafenib/binimetinib per il trattamento del melanoma non operabile o con Braf mutato.

La decisione è della Fda americana sulla base dello studio di fase III COLUMBUS che ha visto la partecipazione di 921 pazienti seguiti per un periodo medio di 36,8 mesi.

La sperimentazione è stata organizzata su due livelli. Alla prima fase hanno partecipato 577 pazienti. In questo campione, l’assunzione del cocktail ha portato a una sopravvivenza media di 33,6 mesi contro i 14,8 di chi assumeva solo un farmaco.

La combinazione ha anche garantito una sopravvivenza libera da progressione di 14,9 mesi contro i 7,3 di chi usava solo un prodotto.

Nonostante i recenti progressi, resta un bisogno insoddisfatto di trattamenti efficaci e ben tollerati per i pazienti con melanoma caratterizzato da mutazione del gene Braf, ha dichiarato Keith Flaherty.

Un algoritmo per la procreazione assistita

Predice il metodo migliore e riduce i rischi di inefficacia

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L’utilizzo dei Big Data ha consentito a un gruppo di ricercatori di Eugin, leader europeo nella riproduzione assistita, di sviluppare un algoritmo in grado di prevedere il metodo ottimale di stimolazione ovarica per ciascuna delle donne che ricorrono a trattamenti di fecondazione in vitro.

In questo modo, il rischio di ottenere risultati indesiderati, come una bassa risposta ovarica o una iper-stimolazione ovarica, sarà ridotto. La formula creata da Eugin, che verrà applicata definitivamente alle nuove pazienti entro un anno, ha dimostrato un grado di affidabilità dell’81%.

I risultati di questa ricerca sono stati presentati al 34° congresso annuale ESHRE, la Società europea di Riproduzione Umana ed Embriologia, che si tiene a Barcellona dal 1 al 4 luglio.

La terapia fotodinamica per il cancro alla prostata

Nuovo trattamento per le forme a basso rischio

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C’è un nuovo trattamento per il tumore alla prostata localizzato e a basso rischio. Si tratta della terapia fotodinamica sviluppata dall’azienda Steba Biotech e descritta sulle pagine del Journal of Urology.

Lo studio di follow up a 4 anni del trial PCM301 su TOOKAD (padeliporfina dipotassica) evidenzia la sicurezza e l’efficacia dell’ablazione parziale (PGA, partial gland ablation) per il cancro alla prostata in stadio iniziale.

L’analisi di follow-up a 4 anni dello studio PCM301 (la prima sperimentazione multicentrica, prospettica, randomizzata, di fase III a valutare il PGA nel trattamento del cancro alla prostata localizzato) ha dimostrato che la terapia fotodinamica vascolare mirata (VTP, vascular targeted photodynamic therapy) con TOOKAD ha ridotto in modo significativo il successivo riscontro bioptico di tumori di grado superiore.

Il diabete può annunciare il cancro del pancreas

In certi casi può essere la prima manifestazione della malattia

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Il diabete come effetto collaterale di una malattia ancora più grave, il cancro del pancreas. A ricordarlo è uno studio apparso sul Journal of National Cancer Institute e firmato da ricercatori della Keck School of Medicine della University of Southern California.

I medici americani hanno analizzato i dati di circa 49mila afroamericani e latini, due gruppi etnici con un alto tasso di diabete. Nel 32,3% dei casi, i partecipanti hanno sviluppato il diabete fra il 1993 e il 2013. Durante il follow up sono stati individuati 408 casi di cancro al pancreas.

Il 52% dei soggetti a cui era stato diagnosticato il cancro aveva anche sviluppato il diabete nei 3 anni precedenti.