Olio essenziale di rosa mosqueta: proprietà, benefici, usi e controindicazioni

Uno degli oli essenziali più noti all’uomo è quello di rosa mosqueta. Dispone di varie proprietà ed è un grande alleato della pelle. Lo potete impiegare in più ambiti e nel corso dell’articolo vi mostreremo appunto come può esservi d’aiuto. Di tutti i benefici quello più noto è il suo rendere meno evidenti le cicatrici. […]

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Schizza il tasso di positività, oltre 5.000 nuovi casi

Tutta Italia in zona bianca ma bisogna stare attenti o si torna indietro

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Sono 5.057 i nuovi casi di infezione da Sars-CoV-2. I decessi sono 15, per un totale di 127.920 dall’inizio dell’epidemia. Nella giornata di ieri sono stati effettuati 219.778 tamponi, il che produce un tasso di positività del 2,3%.

Salgono i ricoveri, arrivando a 1.234 (+38), mentre le terapie intensive rimangono stabili a 158.

Dall’inizio della campagna vaccinale sono state inoculate 63.284.802 dosi, mentre 28.533.541 persone hanno ormai completato il percorso e risultano protette dal virus. In termini percentuali, il 60,8% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino, mentre il 52,8% ha completato il ciclo vaccinale.

Trattamento combinato per abbattere il colesterolo

Statine ed ezetimibe per la terapia ipolipemizzante

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Il trattamento combinato statina-ezetimibe (Nustendi) è molto efficace come terapia per ridurre i livelli di colesterolo Ldl nel sangue. La terapia dovrebbe essere presa in considerazione nei pazienti che non raggiungono l’obiettivo con una statina e in quelli con ipercolesterolemia familiare in prevenzione primaria.

Se anche con questa impostazione i livelli di colesterolo permangono alti, allora si può aggiungere un inibitore PCSK9, la proprotein convertasi subtilisina/kexina di tipo 9.

Sono i consigli della task force della European Atherosclerosis Society resi noti attraverso una guida pratica pubblicata su Atherosclerosis.

Gli esperti suggeriscono anche l’aggiunta di fenofibrato per i benefici vascolari in pazienti con diabete di tipo 2 e trigliceridi alti in terapia con statine.

Covid, plasma convalescente utile nei pazienti ematologici

Il trattamento sembra migliorare la sopravvivenza in questo sottogruppo

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Sebbene diversi studi ne abbiano decretato l’inutilità, il plasma convalescente potrebbe rivelarsi efficace in un particolare sottogruppo di pazienti Covid, quelli affetti da un tumore del sangue.

Uno studio apparso su Jama Oncology si è concentrato infatti sugli effetti della terapia su soggetti immunocompromessi, come spiega Michael Thompson, autore dello studio che lavora presso l’Aurora Cancer Care di Milwaukee:

Studi precedenti hanno stabilito che i tumori ematologici sono un fattore di rischio associato a esiti particolarmente negativi di Covid-19. A nostra conoscenza, nessuno studio ha stabilito quali interventi anti-Covid-19 offrano benefici in questa popolazione a rischio.

Una pressione troppo bassa è un rischio per i reni

Può succedere quando si interviene per un’emorragia intracerebrale

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Ridurre in maniera esagerata la pressione sanguigna in caso di emorragia intracerebrale può avere un effetto negativo sulla funzionalità renale. Lo ricorda uno studio pubblicato su Neurology da un team del National Cerebral and Cardiovascular Center di Tokyo.

In caso di emorragia intracerebrale si assiste a un aumento anomalo della pressione sanguigna, per questo si interviene cercando di ripristinare i valori ideali e migliorare così l’esito clinico. Tuttavia, una riduzione eccessiva della pressione finisce per danneggiare i reni, soprattutto in quelle persone che soffrono già di una malattia renale cronica.

«Senza una chiara comprensione di come la funzione renale influenzi l’esito generale durante il controllo della pressione sanguigna in queste situazioni, i medici non possono prendere le decisioni migliori per il trattamento immediato dell’ictus», spiega Kazunori Toyoda.

Scoperta la causa dell’istiocitosi a cellule di Langerhans

Coinvolta una mutazione del gene BRAF

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Un nuovo studio apparso su Nature Medicine ha rivelato la probabile causa dell’istiocitosi a cellule di Langerhans (Lch), malattia dell’infanzia che si caratterizza per una tempesta di citochine simile a quella causata in alcuni casi da Covid-19.

Miriam Merad, coordinatrice dello studio che lavora presso la Icahn School of Medicine e del Tisch Cancer Institute at Mount Sinai di New York, commenta:

«Ho intrapreso una ricerca che è durata 15 anni per trovare soluzioni per i bambini colpiti da istiocitosi a cellule di Langerhans. Ora abbiamo un pezzo chiave del puzzle di questa malattia preoccupante che pensiamo aiuti finalmente a spiegare molti enigmi della malattia».

La natura della malattia è così complessa che i medici in passato non hanno potuto neanche identificarne con precisione i meccanismi di base, anche se viene considerata in genere un disturbo neoplastico mieloide.

Il gene che protegge dall’obesità

Una variante di GPR75 dimezza il rischio

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Un nuovo studio condotto dall’azienda biotecnologica Regeneron ha svelato l’esistenza di una variante del gene GPR75 che ha un effetto protettivo nei confronti dell’obesità.

Lo studio, pubblicato su Science, ha individuato la variante attraverso un sequenziamento della parte del Dna che porta le istruzioni per “costruire” le proteine, chiamato esoma, effettuato in oltre 640.000 persone.

“L’obesità è spesso attribuita alla scarsa forza di volontà, alla pigrizia e alla gola, ma la scienza ha dimostrato che, al di là dell’importanza dell’ambiente in cui viviamo, dello stile di vita, della dieta sana e dell’esercizio fisico, i fattori genetici e biologici hanno un ruolo molto importante nel rischio di diventare obesi o, al contrario, nella predisposizione a restare magri”, dice Luca Lotta, genetista epidemiologo di Regeneron che ha guidato lo studio.

Covid, anticorpi monoclonali efficaci anche contro Delta

Opzione terapeutica fondamentale per la cura domiciliare

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Covid-19 ha determinato la necessità di ospedalizzare un numero elevatissimo di pazienti. Sono state messe in crisi le risorse del SSN ed è stato necessario ricorrere a misure di contenimento mai attuate prima.

Nell’attesa che la vaccinazione di massa consenta di evitare la malattia sintomatica grave e l’accesso all’ospedale, l’assistenza a domicilio rappresenta la strada da seguire per evitare situazione analoghe a quelle delle precedenti ondate.

Pertanto, diventa prioritario un attento monitoraggio dei pazienti per applicare le terapie disponibili per le diverse fasi della malattia.

Proprio a questo proposito, nelle ultime settimane si è arricchito il panorama degli anticorpi monoclonali, un’opzione terapeutica che avvicina i Medici di famiglia agli specialisti ospedalieri e che è al centro anche del dibattito europeo.

Il Covid è anche una questione di genere

Più rischio per gli uomini che si infettano

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Più pericoloso per gli uomini che per le donne. È quanto emerge da uno studio che ha indagato la risposta di genere all’infezione da Sars-CoV-2, pubblicandone i dettagli sulla rivista Communications Medicine.

Lo studio, condotto da Kuan-lin Huang della Icahn School of Medicine at Mount Sinai, a New York, ha analizzato i dati di due gruppi di pazienti (4.930 e 1.645) ricoverati in ospedali di New York a inizio e fine 2020.

I dati indicano che in assenza di fattori di rischio pregressi come l’obesità, gli uomini rischiano di più, evidenziando una mortalità più alta e maggior rischio di finire in terapia intensiva.

Un uomo su 4 accusa ipossia, deficit di ossigeno nel corpo, contro una donna su 5. Se esiste una condizione di obesità, invece, la situazione si capovolge. In questo caso le donne rischiano più degli uomini di andare incontro a complicanze e terapia intensiva.

Diagnosi precoce per due malattie neurodegenerative

Il ruolo svolto dal neurofilamento a catena leggera

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Esiste un dato biologico, cioè un biomarcatore, rilevabile attraverso le analisi, che possa indicarci la presenza di una malattia neurodegenerativa?

La ricerca di un biomarcatore per le malattie neurodegenerative rappresenta un obiettivo molto importante e la proteina definita “neurofilamento a catena leggera” (NFL) è un possibile candidato, almeno per quanto riguarda la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) e la Demenza Frontotemporale (FTD), due malattie accomunate in una unica base patogenetica.

Il NFL è stato studiato originariamente nel liquido cerebrospinale, ma le moderne tecnologie ci stanno aiutando a rilevarlo anche nel sangue, rappresentando un utile indizio di malattia, di gravità e di eventuale risposta alla terapia.