Vene varicose, colpiti anche gli uomini

Con alcune sostanze naturali si migliora il microcircolo

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Le vene varicose non sono solo un problema femminile. Si calcola che interessino anche il 25% degli uomini adulti, che nonostante il lockdown e la pandemia hanno ripreso in tutta Italia a sottoporsi a interventi nei centri specializzati.

“I problemi legati al microcircolo sono traversali e colpiscono entrambi i sessi – sottolinea il prof. Edoardo Cervi, docente dell’Università di Brescia e specialista in chirurgia vascolare e generale -. Tuttavia le donne sono sicuramente le più interessate da questi disturbi di salute ma i nostri trattamenti sono sempre più richiesti anche dagli uomini che ricorrono, per esempio, alla scleroterapia. Si tratta di un piccolo intervento chirurgico che riesce ad eliminare le vene varicose attraverso la somministrazione direttamente in loco di alcuni farmaci specifici”.

PROGETTO OMS-COVID 19: come percepiamo il rischio (e quanto ci fidiamo delle risposte in atto)

A dirlo sarà un’indagine europea a cui ha aderito l’Italia, promossa dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dal titolo ‘Monitorare la conoscenza, la percezione del rischio, i comportamenti preventivi e la fiducia (‘trust’) per un’efficace risposta alla pandemia”.

Il progetto OMS COVID attualmente coinvolge altri 26 paesi europei. In Italia è coordinato dall’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, dall’AUSL di Modena e dall’Istituto Superiore di Sanità.

Nella pandemia, comportamenti influenzati dalla percezione individuale del rischio

In questi mesi di pandemia, si è visto che l’esposizione ad una malattia infettiva di origine virale determina nella popolazione elevati livelli di incertezza circa la probabilità di contrarre la malattia, la sua potenziale gravità e l’efficacia delle misure protettive adottate.

L’elemento decisivo per contrastare la diffusione della pandemia è il comportamento individuale di ciascuna persona: per questo in tutto il mondo sono state introdotte misure restrittive, che sono in rapida e costante evoluzione al fine di ridurre il contagio.

Tuttavia, i comportamenti individuali che vengono adottati in queste situazioni sono spesso determinati non dal rischio di contagio in sé, ma dalla percezione individuale di tale rischio, che può essere molto differente in rapporto a variabili individuali e collettive.

Tali percezioni si modificano in rapporto ai cambiamenti che intervengono nel corso della pandemia, così come in relazione alle informazioni veicolate dai media.

Anche vaccinarsi dipende dalla percezione individuale del rischio?

L’informazione riveste un ruolo chiave nelle situazioni di emergenza, e spesso l’eccessiva quantità di informazioni circolanti rende difficile al cittadino di orientarsi a causa della difficoltà di individuare fonti affidabili.

Anche la futura scelta di vaccinarsi sarà in parte influenzata dalla percezione individuale del rischio, dalla fiducia nella comunità scientifica e dalla chiarezza delle informazioni relative al vaccino che saranno trasmesse alla popolazione (sicurezza, efficacia, procedure di accesso, modalità di somministrazione, effetti collaterali, ecc).

Risposte efficaci? Solo se accettate e condivise

In questo scenario complesso, comprendere bene il contesto nel quale i cittadini e le intere comunità rispondono alla pandemia e alle misure governative messe in atto per contrastarla consente di attuare misure di risposta alla pandemia appropriate ed accettate, e quindi più efficaci.

Per tali ragioni l’Italia ha aderito al progetto dell’OMS con l’obiettivo di raccogliere informazioni sulla percezione del rischio, sulle conoscenze esistenti, sulle fonti di informazioni attendibili, sugli atteggiamenti della popolazione verso le iniziative prese per fronteggiare la pandemia, sui vaccini, e su altre variabili di interesse.

Il progetto in Italia è coordinato dall’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, dall’AUSL di Modena e dall’Istituto Superiore di Sanità.

Il progetto coinvolgerà un campione rappresentativo della popolazione italiana, selezionato dalla Doxa (nota società di ricerche sociali e di mercato), costituito da 10.000 persone di età compresa tra 18 e 70 anni, a cui verrà chiesto di compilare online la versione italiana del questionario sviluppato dall’OMS.

Durante il mese di gennaio 2021 avrà inizio la prima fase dell’indagine con la somministrazione del questionario a 2.500 cittadini italiani.

Seguiranno, a distanza di tre settimane le une dalle altre, altre 3 rilevazioni previste nei mesi di febbraio, marzo e aprile 2021. Tra le aree indagate vi è anche lo stato di salute, sia fisico che mentale, dei partecipanti; va sottolineato che l’IRCCS Fatebenefratelli è, tra i 51 IRCCS italiani, l’unico che ha come area di riconoscimento scientifico la salute mentale.

I dati verranno raccolti dalla Doxa e saranno analizzati in prima istanza dal centro coordinatore europeo dell’O.M.S. I dati saranno utilizzati anche in Italia, per analizzare aspetti specifici della situazione nazionale e migliorare la nostra conoscenza sui processi che coinvolgono la comunicazione a vari livelli, fornendo quindi elementi utili per predisporre interventi e programmi di politica socio-sanitaria efficaci finalizzati al contrasto della pandemia. Tra le aree indagate vi sarà anche lo stato di salute, sia fisico che mentale, dei partecipanti.

Coronavirus, c’è anche la variante italiana

Potrebbe essere il precursore di quella inglese

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Ci sarebbe anche una variante italiana del nuovo coronavirus in circolazione da questa estate, quindi precedente all’ormai famosa variante inglese, di cui peraltro potrebbe essere precursore.

A sostenerlo è Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia, ordinario di Microbiologia e Microbiologia clinica all’Università degli Studi di Brescia e direttore del Laboratorio di microbiologia dell’Asst Spedali Civili.

La variante individuata – spiega Caruso ad Adnkronos – ha diversi punti di mutazione nella proteina Spike, l’uncino’ che il virus usa per attaccare il recettore presente sulle cellule bersaglio nel nostro organismo.

Come quella inglese, anche la variante italiana ha una mutazione in un punto nevralgico dell’interazione Spike/recettore cellulare, più precisamente in posizione 501. La variante italiana, però, ha anche una seconda mutazione in posizione 493.

Dal microbiota all’Alzheimer, c’è la prova

Fatta luce sull’influenza del microbiota intestinale

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La malattia di Alzheimer è la causa più comune di demenza. Ancora incurabile, colpisce direttamente quasi un milione di persone in Europa e indirettamente milioni di membri della famiglia e la società nel suo insieme.

Negli ultimi anni, la comunità scientifica ha sospettato che il microbiota intestinale svolga un ruolo nello sviluppo della malattia. Un team dell’IRCCS Istituto Centro San Giovanni Di Dio Fatebenefratelli di Brescia insieme ai colleghi dell’Università di Napoli, IRCCS Centro Ricerche SDN di Napoli, dell’Università di Ginevra (UNIGE) e degli Ospedali universitari di Ginevra (HUG) in Svizzera, conferma la correlazione, nell’uomo, tra uno squilibrio del microbiota intestinale e lo sviluppo delle placche amiloidi nel cervello, che sono all’origine dei disturbi neurodegenerativi caratteristici della malattia di Alzheimer.

Rischio miocardite con il coronavirus

Danni possibili anche in soggetti asintomatici

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Una ricerca apparsa su Jama Cardiology rivela che il 15% degli atleti universitari (4 su 26) positivi al nuovo coronavirus e sottoposti a risonanza magnetica cardiaca mostrava segni di una possibile miocardite. L’aspetto preoccupante è che nessuno degli atleti era stato ricoverato in ospedale e solo 12 avevano accusato sintomi lievi.

La miocardite è un’infiammazione del muscolo cardiaco causata da un’infezione o da malattie autoimmuni che in casi rari può portare anche al decesso.

Negli ultimi mesi sono stati descritti casi in cui Sars-CoV-2 ha colpito il cuore oltre ai polmoni. Uno di questi casi è stato illustrato dai medici degli Spedali Civili di Brescia sempre su Jama Cardiology.

Coronavirus in gravidanza, trasmissione al feto possibile

Sars-CoV-2 può essere trasmesso dalla mamma al piccolo attraverso la placenta

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È un evento raro ma può verificarsi. Uno studio italiano diretto da Fabio Facchetti – direttore del Laboratorio di Anatomia patologica dell’Università degli Studi di Brescia – Spedali Civili – illustra il caso di una donna ricoverata alla 37esima settimana di gravidanza per la comparsa di febbre e altri sintomi associabili a un’infezione da nuovo coronavirus. La donna è risultata positiva al tampone e ha partorito un neonato risultato a sua volta positivo a 24 ore dalla nascita con evidenti difficoltà respiratorie e polmonite.

I ricercatori, che hanno pubblicato i risultati su EBio Medicine, hanno dimostrato la presenza del virus in varie componenti della placenta appartenenti sia alla madre che al feto.

Coronavirus, possibile protezione da parte dei cortisonici

Allergici e asmatici colpiti in misura inferiore dall’infezione

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Chi soffre di allergia o di asma sembrerebbe avere un rischio minore di contrarre l’infezione da Covid-19. È quanto emerge da uno studio preliminare condotto dalla Società italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC) insieme all’Università di Verona, all’Università di Padova e all’Ospedale Poliambulanza di Brescia.

Pubblicheremo i dati proprio a giorni – anticipa all’agenzia Dire Gianenrico Senna, presidente della SIAAIC e direttore dell’unità operativa di Allergologia dell’azienda ospedaliero-universitaria di Verona – si tratta ancora di risultati preliminari, ma per ora quello che ci suggeriscono è che allergici e asmatici molto raramente sono colpiti da Sars-Cov-2. Nelle nostre corsie, per esempio, la frequenza di asmatici con infezione da coronavirus è compresa in una percentuale che va dal 2% al 3%, mentre nella popolazione generale è del 6%.

Coronavirus, in alcuni casi è il cuore a soffrire

Il caso di una donna di 53 anni colpita da miocardite acuta

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Non sempre sono i polmoni a pagare dazio in caso di infezione da nuovo coronavirus. È il caso di una donna di 53 anni ricoverata all’ASST Spedali Civili di Brescia dopo aver accusato dolori toracici.

Vista la presenza di una lieve alterazione della temperatura corporea e di tosse, i medici hanno provveduto subito a effettuare il tampone, dopodiché hanno sottoposto la donna a una radiografia dei polmoni, dalla quale non sono emersi particolari problemi.

La donna è stata quindi trasferita nel reparto di Cardiologia, dove l’elettrocardiogramma effettuato mostrava segni di affaticamento cardiovascolare. In assenza di polmonite e in presenza di alti livelli di troponina – proteina che l’organismo rilascia in grandi quantità in caso di danno cardiaco – i medici hanno optato per una coronografia, che ha però escluso un infarto.

Depressione, l’interazione gene-ambiente

Nuovo studio punta ad analizzare nuovi meccanismi di insorgenza

La depressione è una patologia multifattoriale, dovuta sia a una componente genetica che ambientale. Per quanto riguarda i fattori ambientali, recenti studi hanno suggerito come i traumi infantili possano favorire l’insorgere di questa patologia psichiatrica.

Partendo da qui, Nadia Cattane, ricercatrice presso il laboratorio di Psichiatria Biologica dell’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, studierà per due anni i meccanismi di interazione gene-ambiente nello sviluppo della depressione, in seguito a un’esposizione dell’individuo a eventi stressanti e traumatici nei primi anni di vita, analizzando in particolare come i traumi infantili possano agire sul gene FoxO1, che è un gene coinvolto nei processi infiammatori.

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