Macronutrienti e micronutrienti: 6 modi per assicurarsi di assorbirli

In generale, la maggior parte della popolazione ha un concetto di mangiare molto lontano da quello che è il nutrirsi, nutrire il proprio corpo con tutti i macronutrienti e micronutrienti di cui la natura ci fornisce. 

Come sappiamo, la prima digestione inizia in bocca, ed è un complesso processo innescato da enzimi che si trovano nella saliva e che per primi iniziano a “smantellare” gli amidi, gli acidi contenuti nello stomaco digeriscono le proteine, mentre i grassi vengono digeriti nell’intestino ed è qui che avviene il maggior assorbimento dei nutrienti.

Spesso però capita che ad interferire con questo processo ci sono una serie di abitudini sbagliate, stress o problemi di varia natura e così ci si sente stanchi, affaticati, gonfi ecc. 

Macronutrienti e micronutrienti: 6 modi per assicurarsi di assorbirli

1.Prima di tutto RALLENTA. Se sei il primo a svuotare il piatto, c’è una buona probabilità che tu non mastichi accuratamente i tuoi pasti. La masticazione è un processo fondamentale della digestione perché è tramite questa che vengono attivati i primi enzimi digestivi soprattutto per quanto riguarda i carboidrati, ma non solo. Cerchiamo quindi di masticare almeno 20/30 volte un boccone finché questo non assuma una consistenza giusta per poterlo mandare giù. Non solo ci sentiremo meno gonfi, ma avremo assorbito maggiormente i nutrienti in esso contenuti. 

2. CALMATI E GODITI IL PASTO. Il pasto dovrebbe essere sempre affrontato con calma, sedendosi ed assaporando ogni boccone. Questo perché quando si è in uno stato di stress o si fanno più cose contemporaneamente il cervello rilascia “ormoni dello stress” e questo è determinante, seppur indirettamente, all’insorgenza di disturbi digestivi ed irregolarità nello svuotamento gastrico. 

3.COMBINA GLI ALIMENTI Alcuni micronutrienti vengono assorbiti dal nostro corpo più lentamente quando mangiati da soli. Questo è il caso del ferro contenuto negli spinaci, ad esempio, che viene assorbito molto più rapidamente se consumati con una fonte di vitamina C come il limone. O ancora le vitamine liposolubili A, D, K ed E hanno bisogno di acidi grassi per l’assorbimento, quindi abbina alimenti ricchi di questi nutrienti, come le verdure, con una fonte di grassi sani, come noci o olio extravergine d’oliva. 

 

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4.FAI UN BILANCIO POST-PASTO Potresti avere un’intolleranza (reale e cronica non momentanea) e non saperlo. Circa il 65% delle persone in tutto il mondo sono intolleranti al lattosio ad esempio. L’infiammazione che si crea a livello intestinale quando si assumono alimenti ai quali si è intolleranti può inibire l’assorbimento dei nutrienti a livello intestinale. Può aiutare a scoprirlo in un primo momento la valutazione personale post pasto contenete quel particolare alimento, se si avvertono dolori intestinali o eccessivo gonfiore si può pensare ad una intolleranza che deve essere però accertata con gli specifici test, in questo caso l’unico test valido per l’intolleranza al lattosio è il Breath test o Test del Respiro. Chiedi comunque sempre prima consiglio al tuo medico. 

5.“BEVI” I NUTRIENTI Di base non bisogna “bere” calorie liquide, ma ciò vale per le bevande zuccherate e gassate. Ok invece per gli estratti di frutta e verdura che sono un vero e proprio concertato di vitamine. 

6.PRENDITI CURA DEL TUO MICROBIOTA Il nostro intestino è popolato da miliardi di batteri che svolgono attività metaboliche e nutrizionali, hanno funzioni protettive e stimolano la risposta immunitaria di fronte all’attacco di agenti patogeni residenti o arrivati dall’esterno. Tutti i microrganismi dell’intestino, in parte autoctoni e in parte di origine ambientale, fanno parte del cosiddetto microbiota. Una dieta ricca ricca di zuccheri e grassi (animali prevalentemente) possono andare a modificare la composizione del microbiota rendendo il nostro intestino più esposto a malattie autoimmuni, mentre una dieta ricca di fibre provenienti da legumi, cereali integrali, verdure e frutta, assicura una varietà microbica essenziale per la protezione del nostro intestino dagli attacchi esterni.

I batteri della parodontite minacciano il cervello

In sperimentazione piccole molecole in grado di bloccarli

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Il soggetto colpito da parodontite deve fare i conti anche con potenziali danni cerebrali. Infatti, i batteri presenti nella bocca a causa della malattia del cavo orale possono viaggiare attraverso l’organismo e raggiungere il cervello, producendo tossine legate ad esempio alla malattia di Alzheimer.
A descrivere il meccanismo è Jan Potempa, ricercatore della University of Louisville School of Dentistry.

I batteri in questione sono i Porphyromonas gingivalis, trovati in campioni di tessuto cerebrale di pazienti morti a causa dell’Alzheimer.

Questo batterio – spiega Mario Aimetti, presidente della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SidP) – inizia a infiltrarsi nelle gengive durante l’adolescenza e circa il 20% dei giovani adulti ne presenta bassi livelli in bocca.

Le donne dormono meno e peggio degli uomini

Sempre più multitasking, soffre di disturbi del sonno

Il sonno della donna è più fragile di quello dell’uomo, vulnerabile alle mille sollecitazioni ambientali, al richiamo della prole e divorato dalle molteplici richieste di caregiving. Così “dorme” la donna, preparandosi al suo innato multitasking, con un orecchio vigile, attento ai rumori e ai risvegli dell’ambiente domestico, un po’ come i delfini che dormono e vegliano insieme con due diverse metà del loro cervello.

L’insonnia, si sa, è declinata al femminile ed è sorella dell’ansia e della depressione. Se una donna sana in gioventù, nella prima parte del suo ciclo riproduttivo, presenta meno rischi biologici di patologie organiche del sonno quali le apnee notturne o i disturbi del movimento sonno-relati, questo cambia in epoche particolari della vita quali la gravidanza o la menopausa.

Segnali di preavviso ambigui rallentano l’EEG

L’influenza di uno stato di allerta sul ritmo elettroencefalografico

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Studi precedenti in letteratura hanno indicato che il ritmo di scarica elettrica oscillatorio del cervello a 8-12 Hz (o cicli al secondo, c/s), osservato nell’elettroencefalogramma (EEG) e denominato ritmo α è strettamente coinvolto nella regolazione funzionale dei circuiti cerebrali di allerta e di orientamento dell’attenzione nello spazio visivo.

Le evidenze più recenti indicano un ruolo determinante di questa scarica oscillatoria delle aree posteriori della corteccia cerebrale: la facilitazione dell’orientamento dell’attenzione nello spazio visivo è correlata alla diminuzione dello spettro dell’α, mentre la sua soppressione è legata all’aumento dello spettro dell’α. Tuttavia, mentre tali relazioni sono già note, sulla loro direzione e sul loro decorso nel tempo gli studi presentano dati variabili”, spiega Alberto Zani.

Grasso addominale. Come raggirare il fattore genetico.

Se anche tu come moltissime donne fai fatica a fare uscire la famigerata tartaruga, non importa quanto ti alleni o mangi sano, devi sapere che la genetica non ti viene in aiuto. Secondo alcuni studi il grasso addominale sarebbe ereditario.

Puoi ereditare il grasso addominale da tua madre, o da entrambe. In quest’ultimo caso il rischio di allargare la circonferenza è più alto, e non solo, probabilmente farai più fatica a sbarazzartene. A determinare quanto grasso addominale si accumula sul tuo girovita, è più di un gene precisamente 49 secondo uno studio. 19 di questi geni sarebbero particolarmente determinanti nella donna, il che suggerisce che i geni potrebbero essere influenzati dagli ormoni, come riportato dalla rivista Shape.

Uno degli ormoni più nominati quando si parla di grasso addominale è il cortisolo che sarebbe attivato dallo stress. Un’elevata quantità di cortisolo può far si che il tuo girovita si allarghi anche se non sei predisposta geneticamente ad avere grasso addominale in quantità elevata. Il cortisolo derivato dallo stress fa si che le riserve di grasso vengano riversate nel flusso sanguigno per dare energia al fegato e agli altri organi. Il grasso che non viene utilizzato per l’energia  si deposita principalmente sull’addome.

Sia la classica forma a mela sia lo stress, possono comportare il nascere di abitudini alimentari malsane. Alcuni ricercatori hanno scoperto che chi ha particolare concentrazione di massa grassa nella zona addominale è più esposto al rischio di abbuffate. Sembrerebbe che un’altra percentuale di massa grassa possa interferire con i messaggi di fame e sazietà inviati al cervello, portando a mangiare in quantità elevate. I ricercatori pensano che un’alta percentuale di grasso corporeo possa interferire con i messaggi di fame e sazietà inviati al cervello, il che può portare a esagerare.

Ma come sempre accade c’è una soluzione: allenarsi riduce i livelli di stress con effetti diretti sui livelli di cortisolo aiutando a mitigare le influenze genetiche. Questo vuol dire che se anche geneticamente sei predisposta al grasso addominale, puoi ancora fare qualcosa con l’allenamento. Ci vorrà più tempo e impegno. Molti esperti sostengono che cambiare la tua routine di allenamento e renderla più impegnativa potrebbe essere la svolta per il tuo problema.

Prova ad incorporare delle sessioni di allenamento HIIT e allenamento mirato per l’addome.

Alzheimer, l’herpes simplex è un fattore di rischio

La presenza dell’agente virale associata a più alte probabilità di insorgenza

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Le fastidiose vescicole provocate sulle labbra dal virus herpes simplex 1 (HSV-1), che di solito si presentano ripetutamente nel corso della vita, finora non erano mai state associate alla comparsa di patologie neurodegenerative.
In particolare, poco o nulla si sapeva dei danni che le numerose recidive di tale infezione possono generare a carico del cervello.

Il labile confine fra coscienza e incoscienza

Cruciale nel comprendere il mistero dello stato vegetativo

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C’è un punto preciso del nostro cervello in cui si trova il confine fra coscienza e incoscienza. A individuarlo è una ricerca firmata dal ricercatore italiano Enzo Tagliazucchi dell’Istituto di fisiologia medica di Kiel.

Stando alle conclusioni dello studioso, il confine si trova nell’equilibrio fra le connessioni tra i neuroni. Lo studio, pubblicato sul Journal of the Royal Society Interface, dimostra che la rete neurale agisce in un ristretto spazio fra il caos e l’ordine, e il suo funzionamento potrebbe aiutare i medici a capire come risvegliare i pazienti finiti in coma e dichiarati in stato vegetativo permanente.

I ricercatori del team di Tagliazucchi hanno ricreato delle mappe cerebrali dell’attività dei neuroni in un piccolo gruppo di 12 persone servendosi della risonanza magnetica funzionale.

La risonanza magnetica svela il Parkinson

La neuromelanina può confermare la malattia

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C’è un nuovo possibile metodo di diagnosi del morbo di Parkinson.

In un recente studio del gruppo dell’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Itb) di Segrate-Milano coordinato da Luigi Zecca e Fabio Zucca, frutto di una collaborazione con il Department of Psychiatry Columbia University Medical Center, New York, NY (coordinato da Guillermo Horga e Clifford Cassidy), è stato infatti dimostrato su sezioni del cervello umano che la riduzione del contrasto nelle immagini di risonanza magnetica è effettivamente dovuta alla perdita di neuromelanina, cioè dei neuroni che producono dopamina, legata alla malattia di Parkinson.

È stato perciò confermato che le immagini di risonanza magnetica della neuromelanina costituiscono un marcatore della funzionalità dei neuroni della dopamina della sostanza nera cerebrale.

Alzheimer, nuova molecola efficace

Effetto positivo della trodusquemina, ricavata dagli squali

Una molecola contenuta nell’intestino degli squali potrebbe avere un effetto positivo sull’Alzheimer. Un team internazionale ha pubblicato su Nature Communications i dettagli di uno studio che rivela l’efficacia della trodusquemina sugli accumuli di beta-amiloide nel cervello dei pazienti, uno dei segni distintivi della malattia di Alzheimer.

Allo studio hanno partecipato i ricercatori Fabrizio Chiti, Cristina Cecchi e Roberta Cascella, professori presso il Dipartimento di Scienze Biomediche Sperimentali e Cliniche dell’Università di Firenze.

“Questa molecola – spiega Chiti – ha proprietà peculiari perché, pur non impedendo l’aggregazione del peptide β-amiloide, riduce il tempo di vita degli aggregati intermedi ritenuti tossici, effetto benefico che va ad aggiungersi alla sua capacità diretta di neutralizzare tali aggregati intermedi quando questi si formano”.

Glioblastoma, come contrastarne l’aggressività

Due studi si concentrano sulla disattivazione di alcune molecole

Una nuova “firma molecolare” per predire il decorso di pazienti affetti da glioblastoma, uno tra i più aggressivi tumori del cervello.

Lo ha scoperto un team di ricercatori, di cui fanno parte biologi, bioinformatici, ricercatori clinici, neurochirurghi e patologi, coordinato da Valentina Vaira, ricercatrice esperta in oncologia molecolare del Policlinico Ospedale Maggiore e dell’Istituto Nazionale di Genetica Molecolare (INGM), e da Thomas Vaccari, docente del Dipartimento di Bioscienze dell’Università degli Studi di Milano.

Lo stesso gruppo di ricercatori, in uno studio condotto in parallelo, ha anche compreso un modo in cui questo tipo di tumore può influenzare le cellule sane circostanti.