Sei triste? Ecco gli sport migliori per tirarti su il morale

Mens sana in corpore sano…e felice! L’attività fisica fa bene al corpo ma anche alla mente e ci sono una serie di sport che è possibile fare per sentirsi subito più felici e rilassati.

Quali sono i benefici generici del movimento? Fare sport aiuta a rinforzare l’apparato cardiocircolatorio e contrasta efficacemente sia lo stress che la tristezza.

Quali sono gli sport più indicati contro la tristezza? Vediamo insieme una lista di sport contro la tristezza ideali per contrastare il cattivo umore, da praticare in quelle giornate in cui vi sentite giù di morale e avreste solo voglia di piangere.

Sport contro la tristezza: le migliori attività per ritrovare il buonumore

Partiamo da un presupposto: perché lo sport riesca a contrastare la tristezza, a prescindere da quale sia la disciplina scelta, è necessario essere costanti. Praticare attività fisica almeno 2 o 3 volte a settimana per minimo 30 minuti garantisce una serie di benefici che comprende anche far tornare il buonumore! La ragione? Durante l’attività fisica il cervello rilascia endorfine, le sostanze responsabili del buonumore.

Partiamo subito con gli sport facili: camminata e corsa. Ideali per tornare in forma e scaricare lo stress, camminare e correre sono anche l’ideale quando si tratta di tornare a sorridere. Pensateci: andare a camminare in posti meravigliosi o correre in mezzo alla natura, quando se ne ha la possibilità, può far facilmente tornare il sorriso sulle labbra di chiunque. Ancora meglio se lo si fa in compagnia concendendosi una chiacchiera – solo se si cammina – o con la musica sparata nelle orecchie.

Anche il trekking risulta una buona idea in quando occorre ritrovare il sorriso. Ideale per chi vive vicino a spazi incontaminati, i rumori della natura che si sentono lungo il percorso stimolano il cervello e aiutano a placare il senso di ansia che a volte colpisce chi si sente triste e svuotato. Se il clima e il panorama sono l’ideale la sferzata di positività è garantita!

Ultimo ma non ultimo? La danza. Contro la tristezza ballare aiuta davvero tanto. Le ragioni risiedono anche nel fatto che ballare faccia acquisire fiducia in se stessi combattendo la rigidità e la difficoltà a lasciarsi andare. Ballando vengono prodotti dall’organismo dopamina e serotonina, che agiscono come antidepressivi naturali.

Non scuotete la testa per togliere l’acqua dalle orecchie

Possibili danni al cervello, soprattutto dei più piccoli

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Spesso lo vediamo fare anche ai nuotatori professionisti al termine di una gara. Dopo aver tolto la cuffia, gli atleti scrollano la testa per togliersi l’acqua dalle orecchie. Niente di più sbagliato.

Uno studio della Cornell University e del Virginia Tech coordinato dal dott. Anuj Baskota è giunto a tale conclusione ricreando un condotto uditivo umano in 3D, sottoponendolo poi ai movimenti necessari per causare l’espulsione dell’acqua.

La copia è stata ricreata sulla base di scansioni della testa di una persona grazie a una tomografia computerizzata. Il file ottenuto è stato stampato in 3D.

Costruito il modello e inserita l’acqua, i medici lo hanno scosso con violenza con un macchinario fino a far uscire il liquido. È stata necessaria un’accelerazione di 10g, “che può causare gravi danni al cervello umano”, come spiegano gli autori dello studio.

Il cervello mappa le emozioni

In tre centimetri si raccoglie l’intera esistenza emotiva di un uomo

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C’è un’area del nostro cervello che raccoglie la mappatura delle nostre emozioni. Di tutte le nostre emozioni. Tre centimetri di diametro per l’esperienza emotiva di un’intera vita: dalla gioia alla rabbia, dalla tristezza all’euforia, passando per la malinconia.

Ce lo spiega un recente lavoro del gruppo di ricerca del Molecular Mind Laboratory (MoMi Lab) della Scuola IMT Alti Studi Lucca, guidato dal Professor Pietro Pietrini. Lo studio è stato pubblicato questa mattina sulla prestigiosa rivista internazionale Nature Communications, tra le prime riviste scientifiche al mondo.

Giada Lettieri, giovane dottoranda della Scuola IMT, insieme ai suoi collaboratori, ha scoperto come il nostro cervello – in particolare una sua regione chiamata giunzione temporo-parietale destra – sia in grado di rappresentare topograficamente la complessità di quanto proviamo.

La dieta della mente: prima di cambiare modo di mangiare, cambia modo di pensare

Il cibo non va a soddisfare solo un bisogno primario, che è quello di nutrirsi. Molto spesso diventa una valvola di sfogo, un modo per reprimere altre emozioni, che possono essere la rabbia, la paura, l’infelicità. E non solo: si mangia anche per noia. Da questo concetto parte lo psicoterapeuta Philippe Tahon nel suo libro Metti a dieta la tua mente. Nel volume Tahon propone un programma da seguire per perdere definitivamente i chili in eccesso: la dieta della mente.

Metti a dieta la tua mente

Il programma proposto da Philippe Tahon nel suo libro punta innanzitutto a cambiare la visuale, a compiere un lavoro sulla mente. La guida, infatti, oltre ad aiutare dal punto di vista nutrizionale, aiuta soprattutto a capire come essere più sereni nel proprio rapporto col cibo, senza confonderlo con le proprie emozioni e i propri “momenti no”, senza usarlo come valvola di sfogo né come autopunizione.

Insomma, un vero e proprio punto di vista diverso sul cibo, per liberarsi dalla trappola di diete proibitive e limitanti, il più delle volte inefficaci perché seguite senza alcun autocontrollo mentale. Senza l’aiuto del cervello, nemmeno il corpo collabora. Il primo cambiamento, quando si affronta una dieta, deve essere nel modo di pensare e poi in quello di mangiare.

Il cibo ha molto a che fare col cervello, perché il lavoro che bisogna compiere, ancor prima di quello fisico, quando ci si mette a dieta, è un lavoro mentale. Bisogna chiedersi perché si mangia, cosa rappresenta per noi il cibo, che valore ha il momento del pasto a tavola. Tutti questi aspetti sono stati indagati a fondo da Philippe Tahon, uno dei più famosi terapisti ed esperti di dimagrimento in Europa. Ha messo a punto una dieta le cui fondamenta, sono appunto di tipo psicologico: la dieta della mente.

La dieta della mente

La dieta della mente comincia dal cervello, per estendersi poi al corpo.

La prima lezione è ascoltare il proprio organismo e controllare i propri impulsi. Quando, ad esempio, ci si butta sui dolci spesso è perché si sta affrontando un momento di stress. Ci si sente a corto di tempo, a corto di energie, magari si dorme poco e c’è tanta pressione psicologica. Mangiare alimenti zuccherati alza il tasso glicemico del sangue ed è come “farsi una dose”, facendo il pieno di cibo solo per scaricare la tensione e allontanare i pensieri. Invece l’unico modo per mangiare in modo più sano è sintonizzarci con i messaggi che il corpo ci invia.

Ciò che dobbiamo sempre ricordare a noi stessi è che il corpo sa esattamente quando è sazio e ce lo fa sapere. Se ignoriamo i suoi messaggi lo facciamo a nostro rischio e pericolo. Lui non farà altro che immagazzinare le calorie in eccesso sotto forma di grasso, accumulando strato su strato finché non ci renderemo conto che è ora di darci un taglio.

Rabbia, paura e infelicità. Sono le tre emozioni a cui Tahon riconduce l’impulso della fame, quando non ha a che fare con una reale necessità di fornire nutrimento, energia e dunque calorie al corpo. Per questo, la seconda lezione che dà nel suo libro è cominciare a pensare che queste emozioni possano anche avere una valenza positiva. Gestirle, insomma, capire come incanalarle al meglio senza farsi del male e senza farne al proprio organismo e alla propria salute. Bisogna esternarle in modo corretto senza immagazzinare (oltre a calorie in eccesso) anche negatività.

Una maggior consapevolezza e comprensione di ciò che travaglia le nostre menti ci permetterà di mangiare in modo più accorto. Quando siamo distratti o addirittura sopraffatti da qualcos’altro, non siamo in grado di concentrarci sulle sensazioni fisiche e i segnali che il corpo ci invia.

 

Il virus ammazza-cancro

Potenzialmente utile per ogni tipo di tumore

Un team di ricercatori australiani sta studiando la possibilità di una cura per il cancro basata su un virus del vaiolo bovino. Il trattamento, chiamato CF33, eliminerebbe ogni tipo di cancro e avrebbe già dimostrato la propria efficacia su modello murino.

La cura, sviluppata nei laboratori della società biotecnologica Imugene, sarà presto sperimentata su pazienti affetti da carcinoma in un trial diretto dal prof. Yuman Fong.

«Il virus, che causa il raffreddore comune, è stato trasformato in un trattamento per il cancro al cervello dagli scienziati negli Stati Uniti. La malattia in alcuni pazienti è scomparsa per anni prima che di tornare, mentre altri hanno visto i tumori ridursi considerevolmente», ricorda Fong.

Una forma del virus dell’herpes labiale rappresenta invece un valido trattamento per il melanoma.

Il sonno profondo elimina lo stress

Quello non-Rem associato a rigenerazione del cervello

Se siete stressati non basta dormire, dovete puntare a una notte di sonno profondo. Lo rivela un nuovo studio dell’Università della California con sede a Berkeley pubblicato su Nature Human Behaviour.

Secondo i ricercatori californiani, mentre una notte insonne aumenta del 30% i livelli di ansia in un soggetto, una passata a dormire profondamente ha l’effetto opposto.

C’è però bisogno di un tipo di sonno particolare, quello a onde lente a movimento oculare non rapido, il cosiddetto sonno non-Rem (NREM). In questo stato, le oscillazioni neuronali diventano altamente sincronizzate e frequenza cardiaca e pressione sanguigna calano.

Gli scienziati hanno misurato la connessione ansia-sonno su 18 volontari, replicando poi i risultati ottenuti su altre 30 persone.

Così nasce una sinapsi

Scoperto un nuovo meccanismo di regolazione della nascita delle sinapsi

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Le sinapsi sono il punto di collegamento fra i neuroni nel cervello umano e rappresentano la componente fondamentale per la creazione delle memorie e per le funzioni cognitive complesse.

La loro formazione è un processo estremamente articolato e può essere intaccato da numerose patologie neurologiche, quali l’Alzheimer e la disabilità intellettiva. La comprensione dei meccanismi alla base della loro nascita rappresenta quindi uno degli obiettivi dei laboratori in tutto il mondo.

Uno studio condotto da Edoardo Moretto, ora al Uk Dementia Research Institute di Londra, supervisionato da Maria Passafaro dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-In) di Milano, ha dimostrato come TSPAN5, appartenente ad una famiglia di proteine chiamate tetraspannine, sia in grado di formare delle piattaforme sulla superficie dei neuroni durante lo sviluppo delle sinapsi.

Cervello e obesità, le donne sono sfavorite

Ingrassano con meccanismi cerebrali diversi dagli uomini

Soltanto nei soggetti di sesso femminile un elevato indice di massa corporea (BMI) è associato a un aumento del metabolismo cerebrale nella corteccia orbito-frontale (la parte anteriore dell’emisfero cerebrale, prevalentemente a destra) e a una connettività neurale particolare.

Nei circuiti cerebrali legati al controllo e alla decisione si riscontra una ridotta connettività, che invece risulta aumentata nei circuiti legati alla gratificazione e alla ricompensa.

È quanto emerge da uno studio, recentemente pubblicato su Aging, dai ricercatori dell’IRCCS Policlinico San Donato, dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e dell’Università degli Studi di Milano, che ha analizzato i correlati metabolici del cervello rispetto a diversi livelli di BMI, in un gruppo di 222 soggetti anziani.

La tecnologia modifica il cervello dei bambini

Alterazioni della sostanza bianca, legata alla sfera cognitiva

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Non è una buona idea piazzare i bambini piccoli davanti a schermi e display. Lo conferma un nuovo studio apparso su Jama Pediatrics e condotto dai ricercatori del Cincinnati Children’s Hospital.

Stando alle conclusioni dello studio, gli schermi di tv, smartphone o tablet inducono modifiche alla sostanza bianca del cervello dei bambini, con conseguenze dirette sulle loro capacità cognitive.

I ricercatori hanno analizzato 47 bambini fra i 3 e i 5 anni, sottoponendoli sia a un test che valutasse le capacità cognitive, sia a una risonanza magnetica per stabilire le condizioni della sostanza bianca, la parte del cervello che assicura il corretto passaggio delle informazioni fra le varie aree dell’organo.

I genitori hanno invece compilato un questionario sulle ore passate dai figli davanti allo schermo e sui contenuti guardati, aspetti entrambi associati a un punteggio.