Così il cervello ci aiuta a capire le azioni degli altri

Il ruolo della corteccia cerebrale nella comprensione del comportamento altrui

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Nella maggior parte delle interazioni sociali ci basiamo sull’osservazione delle azioni degli altri per capire cosa vogliono fare. Al tempo stesso, non possiamo aspettare di osservare tutto il movimento per capire le intenzioni che lo hanno indotto, ma dobbiamo raffigurarci in anticipo ciò che gli altri stanno per fare in modo che l’interazione possa essere fluida.

Nella comprensione del comportamento altrui un ruolo determinante è dato dal coinvolgimento di una via dorsale che, dalla corteccia visiva e tramite la corteccia parietale, porta a creare una rappresentazione delle azioni degli altri nel sistema motorio dell’osservatore.

Recenti studi, però, hanno dimostrato che per comprendere le azioni altrui utilizziamo anche aspettative legate al contesto in cui le azioni si verificano, come l’ambiente o gli oggetti utilizzabili.

Come il sonno si propaga nel cervello

Studio su pazienti split brain dimostra l’esistenza di onde specifiche

Durante il sonno, particolari onde cerebrali attraversano ripetutamente la superficie del nostro cervello da un emisfero all’altro.

Una nuova ricerca di un team internazionale guidato dalla Scuola IMT Alti Studi Lucca, pubblicata sulla rivista scientifica The Journal of Neuroscience, ha ora dimostrato che la propagazione di tali onde avviene attraverso le connessioni anatomiche che uniscono parti distanti del cervello e che un danno a questi collegamenti determina un’importante limitazione alla diffusione delle onde stesse.

Contrariamente a quanto comunemente ritenuto, il sonno non è né un fenomeno uniforme né unitario, tanto che ogni area del cervello può produrre i propri “ritmi di sonno”, come le cosiddette “onde lente”, ma è proprio il coordinamento delle onde lente tra aree cerebrali distanti a essere essenziale affinché le funzioni del sonno siano garantite.

Il tempo corto o lungo del lockdown

Il nostro cervello percepisce in maniera diversa il passare del tempo

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Per alcuni le giornate di lockdown trascorse dentro casa erano infinite, per altri arrivava subito sera. Pur essendo un fenomeno immutabile, il tempo viene percepito dall’essere umano in maniera differente a seconda del suo stato d’animo.

È noto infatti che il tono dell’umore abbia la facoltà di modificare la percezione del tempo. Diversi studi realizzati su persone depresse o affette da eccitamento maniacale hanno dimostrato la suscettibilità del trascorrere del tempo rispetto al nostro umore.

Una metanalisi pubblicata sul Journal of Affective Disorders mostra che chi è depresso riesce a valutare in maniera corretta la durata di un intervallo di tempo, ma la sua percezione del fluire dello stesso è rallentata.

Cos’è l’ipermemoria autobiografica

Svelato il meccanismo che ordina la memoria

Un nuovo studio interamente italiano e pubblicato sulla rivista Cortex ha rilevato cosa rende il cervello degli individui “ipermemori” capace di ricordare anche i più piccoli dettagli di ogni giorno della loro vita.

Grazie all’analisi di questi individui sono state identificate le aree del cervello specificamente deputate a dare una dimensione temporale ai ricordi, organizzando quelle informazioni che nelle persone comuni restano memorie indistinte e sfocate.

La ricerca, condotta presso i laboratori della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma, è stata coordinata dall’equipe composta dai ricercatori Patrizia Campolongo, Valerio Santangelo, Tiziana Pedale e Simone Macrì, e ha coinvolto la Sapienza Università di Roma, l’Istituto Superiore di Sanità e l’Università degli Studi di Perugia.

Nanovettori per migliorare le terapie neurologiche

Progetto “Nevermind” dei ricercatori della Fondazione Don Gnocchi

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Le persone affette da disturbi neurologici sono aumentate notevolmente negli ultimi 25 anni e alcune tra le malattie neurodegenerative e i tumori cerebrali più gravi hanno cure purtroppo ancora scarsamente efficaci.

Nella ricerca di migliori terapie contro patologie come l’Alzheimer o il glioblastoma non c’è solo la sfida di sviluppare farmaci più efficaci. È anche necessario migliorare la capacità di raggiungere con questi farmaci le aree cerebrali coinvolte nei processi infiammatori alla base delle patologie.

Un’azione a cui si oppone la barriera emato-encefalica, struttura biologica di difesa che circonda il nostro cervello e ha la funzione di selezionare le sostanze autorizzate a penetrarlo, impedendo l’ingresso di elementi nocivi presenti nel sangue.

Come si sviluppa la schizofrenia

Individuati recettori del sistema nervoso coinvolti già dalle prime fasi

Uno studio condotto dai ricercatori del Laboratorio di Neurofarmacologia dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli dimostra il ruolo di specifici recettori presenti sulle cellule nervose, gli mGlu3, nello sviluppo del sistema nervoso immediatamente dopo la nascita. Alterazioni di questi recettori nelle fasi iniziali della vita sono considerate alla base di patologie psichiatriche, soprattutto della schizofrenia.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica FASEB Journal, è stata condotta in collaborazione con Istituti di ricerca italiani ed internazionali, tra gli altri l’Università Sapienza di Roma, l’Università di Lund in Svezia, l’Istituto di Genetica e Biofisica del CNR di Napoli e l’Università di Lille in Francia. Al centro del lavoro dei ricercatori, un sottogruppo dei recettori metabotropici per il glutammato (mGlu).

Un test dell’olfatto per capire chi può uscire dal coma

Chi reagisce agli odori ha più possibilità di riprendersi

Chi subisce un trauma grave può finire in coma e in stato vegetativo. C’è un momento in cui si può e si deve staccare la spina? Capirlo è molto difficile, tanto che i protocolli attuali rivelano ampi margini di errore, fino al 40%.

Un team dell’Università di Cambridge e del Weizmann Institute of Science di Rehovot, in Israele, guidato dalla dottoressa Anat Arzi, in collaborazione con un team del Traumatic Brain Injury Rehabilitation dell’Ospedale di riabilitazione di Loewenstein guidato dal dottor Yaron Sacher, ha tentato di utilizzare un altro approccio, basandosi sull’olfatto.

È l’unico senso che arriva direttamente al cervello, alla sua parte più remota, senza passare per il talamo che invece distribuisce gli altri sensi alle varie parti del cervello. E proprio i danni al talamo possono provocare disturbi di coscienza.

Un’infezione parassitaria protegge dall’Alzheimer

Il parassita della leishmaniosi sembra svolgere un ruolo protettivo

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La malattia di Alzheimer colpisce prevalentemente individui anziani, ha
un’eziologia ancora sconosciuta ed è una condizione neurodegenerativa caratterizzata da una progressiva demenza da severa infiammazione, per la quale non esiste ancora alcuna cura.

Diversi studi hanno mostrato come i meccanismi infiammatori, probabilmente scatenati dalla presenza di placche di amiloide nel cervello, siano secondari all’attivazione di un sistema multiproteico intracellulare chiamato inflammasoma.

Un recente articolo pubblicato sul New York Times ha rivelato come in una tribù amazzonica studiata per anni non vi fosse alcun segno di Alzheimer negli anziani, nonostante la presenza del solo fattore di rischio generico noto: ApoE4; il giornalista ipotizzava come ciò potesse essere collegato alla presenza di infezioni parassitarie.

Covid-19, le cellule del naso come fonte di contagio

I tessuti nasali giocherebbero un ruolo fondamentale nei meccanismi di infezione

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Uno studio apparso su Nature Medicine e firmato da Waradon Sungnak del Wellcome Sanger Institute di Cambridge svela l’importanza dei tessuti del naso nei meccanismi di comparsa e diffusione dell’infezione da Sars-Cov-2.

Le cellule nasali sarebbero il punto di origine dell’infezione e una possibile fonte di contagio nell’organismo e fra le persone. Già in precedenza alcuni studi avevano dimostrato che nei tamponi nasali eseguiti sia su pazienti sintomatici che asintomatici la carica virale fosse molto più alta di quella rilevata nella gola. La prova evidente che la porta d’accesso privilegiata dal virus sia il naso.

Sclerosi multipla, efficace siponimod

Ritardata la progressione della disabilità

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Sono disponibili nuovi risultati sull’efficacia di siponimod (BAF312) somministrato per via orale una volta al giorno nella sclerosi multipla secondariamente progressiva (SMSP).

I risultati, pubblicati su Neurology e Lancet, mostrano riduzioni significative del rischio di progressione della disabilità confermata a tre (endpoint primario) e sei mesi con siponimod rispetto al placebo. Siponimod ha anche dimostrato esiti favorevoli in altri rilevanti parametri di misurazione dell’attività di malattia della SM.

Se approvato, siponimod sarebbe la prima terapia modificante la malattia a ritardare la progressione della disabilità nei tipici pazienti con SMSP, tra cui molti che avevano raggiunto uno stadio non recidivante e un elevato livello di disabilità.