Mio buon Natale, te lo ricordi com’eri prima?

Quest’anno, l’abbiamo capito, il Natale sarà diverso per tutti. Se da un lato qualcuno ha già iniziato da settimane a decorare la casa per infondersi di atmosfera natalizia e rallegrare un po’ gli animi, dall’altro ci sono persone che saranno costrette a passare le feste lontane dai propri cari, a causa delle restrizioni sugli spostamenti o gli arrivi dall’estero. 

A cura di Valeria Baruzzo

In ogni caso, che si faccia parte del primo o del secondo gruppo, siamo tutti stimolati a riflettere su cosa significhi il Natale per noi. Nella maggior parte dei casi, le festività natalizie corrispondono esattamente a quello che siamo invitati a evitare quest’anno: assembramenti, abbracci, baci, carezze, rimpatriate, viaggi. Insomma, calore umano che nella vita di tutti i giorni non abbiamo tempo di alimentare perchè, correndo in modo frenetico, ci dimentichiamo di dedicare parole e pensieri a chi vogliamo più bene. Invece, a Natale ci riscattiamo un po’ tutti, che sia con un regalo ben pensato o con un semplice biglietto di auguri, una telefonata o una cena insieme a persone che non rivediamo da tanto (una mangiata più o una meno non fa differenza e lo sappiamo benissimo). Poi, ci sono anche i Grinch della situazione, che invece saranno ben contenti di evitare inutili rimpatriate familiari in cui si parla sempre delle stesse cose, si sente il solito “ma i figli, a quando?”, “la laurea quando arriva?”, “la fidanzata quest’anno l’hai trovata?”, “uh, come sei ingrassata!”, il tutto sfoderando il più falso dei sorrisi mentre si ringrazia per regali imbarazzanti che verranno rivenduti su internet il giorno dopo. Natale è un po’ entrambe le cose, forse. Un po’ magico e un po’ stressante. Ma in nessun caso dovrebbe essere solitudine.

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Covid, rischio miocardite

Segni di infiammazione miocardica in alcuni pazienti guariti

Superare l’infezione da Sars-CoV-2 potrebbe non essere sufficiente per ritenersi fuori pericolo. Uno studio pubblicato su Jama Cardiology evidenzia il rischio di miocardite in una percentuale di pazienti ricoverati in precedenza per Covid-19.

La ricerca dell’Ospedale universitario di Francoforte realizzata su 100 pazienti segnala che nel 78% dei casi una risonanza magnetica cardiaca ha dimostrato la presenza di segni di infiammazione miocardica associata a un aumento della troponina T.

«Due terzi dei pazienti infettati dal virus erano rimasti a casa, mentre i più gravi erano stati ricoverati in ospedale. Nessuno aveva una storia pregressa di insufficienza cardiaca o cardiomiopatia», spiega la coautrice Valentina Püntmann.

Covid, ancora sintomi dopo 6 mesi

Nella maggior parte dei pazienti permane almeno un sintomo

Almeno un sintomo legato a Covid-19 permane nei tre quarti dei pazienti guariti a 6 mesi dall’insorgenza della malattia.

Lo rivela uno studio pubblicato su Lancet da un team del National Center for Respiratory Medicine, del China-Japan Friendship Hospital e della Capital Medical University di Pechino, guidato da Bin Cao, che spiega: «Poiché Covid-19 è una malattia così nuova, siamo solo all’inizio della comprensione dei suoi effetti a lungo termine sulla salute dei pazienti.

La nostra analisi indica che la maggior parte delle persone continua a convivere con almeno alcuni degli effetti del virus dopo aver lasciato l’ospedale e sottolinea la necessità di cure post-dimissione, in particolare per coloro che soffrono di infezioni gravi».

Cancro, ritardare le terapie può essere fatale

Più il ritardo si protrae più il rischio aumenta

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In caso di cancro, il tempo è un elemento fondamentale. Ritardare di sole 4 settimane l’inizio dei trattamenti equivale a un aumento del rischio di morte dal 6 al 13%. Come è lecito attendersi, a un aumento ulteriore del ritardo corrisponde un ulteriore aumento del rischio di morte.

«L’impatto preciso sulla mortalità legata ai ritardi dal momento della diagnosi a quello del trattamento non è stato analizzato a fondo. La necessità di una migliore comprensione dell’impatto di questa situazione è evidente durante la pandemia da Covid-19, perché molti paesi hanno dovuto rinviare le terapie oncologiche», spiega Timothy Hanna della Queen’s University di Kingston, in Canada, che ha coordinato uno studio pubblicato sul British Medical Journal.

Covid, il plasma iperimmune funziona o no?

Studi giungono a conclusioni contraddittorie

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Il plasma iperimmune per il trattamento di Covid-19 ha un effetto positivo oppure no? È quanto si domandano i ricercatori, che hanno portato a termine diversi studi giungendo a conclusioni non univoche.

L’ultimo studio in ordine di tempo è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine da un team della Vanderbilt University di Nashville guidato da Fernando Polack.

Secondo la ricerca, la terapia funzionerebbe soltanto se somministrata entro i primi 3 giorni dalla diagnosi e in assenza di sintomi. Allo studio hanno preso parte 160 pazienti sopra i 65 anni, metà dei quali ha ricevuto il plasma e l’altra metà il placebo. Nel gruppo trattato il rischio di malattia grave è diminuito del 48%.

PROGETTO OMS-COVID 19: come percepiamo il rischio (e quanto ci fidiamo delle risposte in atto)

A dirlo sarà un’indagine europea a cui ha aderito l’Italia, promossa dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dal titolo ‘Monitorare la conoscenza, la percezione del rischio, i comportamenti preventivi e la fiducia (‘trust’) per un’efficace risposta alla pandemia”.

Il progetto OMS COVID attualmente coinvolge altri 26 paesi europei. In Italia è coordinato dall’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, dall’AUSL di Modena e dall’Istituto Superiore di Sanità.

Nella pandemia, comportamenti influenzati dalla percezione individuale del rischio

In questi mesi di pandemia, si è visto che l’esposizione ad una malattia infettiva di origine virale determina nella popolazione elevati livelli di incertezza circa la probabilità di contrarre la malattia, la sua potenziale gravità e l’efficacia delle misure protettive adottate.

L’elemento decisivo per contrastare la diffusione della pandemia è il comportamento individuale di ciascuna persona: per questo in tutto il mondo sono state introdotte misure restrittive, che sono in rapida e costante evoluzione al fine di ridurre il contagio.

Tuttavia, i comportamenti individuali che vengono adottati in queste situazioni sono spesso determinati non dal rischio di contagio in sé, ma dalla percezione individuale di tale rischio, che può essere molto differente in rapporto a variabili individuali e collettive.

Tali percezioni si modificano in rapporto ai cambiamenti che intervengono nel corso della pandemia, così come in relazione alle informazioni veicolate dai media.

Anche vaccinarsi dipende dalla percezione individuale del rischio?

L’informazione riveste un ruolo chiave nelle situazioni di emergenza, e spesso l’eccessiva quantità di informazioni circolanti rende difficile al cittadino di orientarsi a causa della difficoltà di individuare fonti affidabili.

Anche la futura scelta di vaccinarsi sarà in parte influenzata dalla percezione individuale del rischio, dalla fiducia nella comunità scientifica e dalla chiarezza delle informazioni relative al vaccino che saranno trasmesse alla popolazione (sicurezza, efficacia, procedure di accesso, modalità di somministrazione, effetti collaterali, ecc).

Risposte efficaci? Solo se accettate e condivise

In questo scenario complesso, comprendere bene il contesto nel quale i cittadini e le intere comunità rispondono alla pandemia e alle misure governative messe in atto per contrastarla consente di attuare misure di risposta alla pandemia appropriate ed accettate, e quindi più efficaci.

Per tali ragioni l’Italia ha aderito al progetto dell’OMS con l’obiettivo di raccogliere informazioni sulla percezione del rischio, sulle conoscenze esistenti, sulle fonti di informazioni attendibili, sugli atteggiamenti della popolazione verso le iniziative prese per fronteggiare la pandemia, sui vaccini, e su altre variabili di interesse.

Il progetto in Italia è coordinato dall’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, dall’AUSL di Modena e dall’Istituto Superiore di Sanità.

Il progetto coinvolgerà un campione rappresentativo della popolazione italiana, selezionato dalla Doxa (nota società di ricerche sociali e di mercato), costituito da 10.000 persone di età compresa tra 18 e 70 anni, a cui verrà chiesto di compilare online la versione italiana del questionario sviluppato dall’OMS.

Durante il mese di gennaio 2021 avrà inizio la prima fase dell’indagine con la somministrazione del questionario a 2.500 cittadini italiani.

Seguiranno, a distanza di tre settimane le une dalle altre, altre 3 rilevazioni previste nei mesi di febbraio, marzo e aprile 2021. Tra le aree indagate vi è anche lo stato di salute, sia fisico che mentale, dei partecipanti; va sottolineato che l’IRCCS Fatebenefratelli è, tra i 51 IRCCS italiani, l’unico che ha come area di riconoscimento scientifico la salute mentale.

I dati verranno raccolti dalla Doxa e saranno analizzati in prima istanza dal centro coordinatore europeo dell’O.M.S. I dati saranno utilizzati anche in Italia, per analizzare aspetti specifici della situazione nazionale e migliorare la nostra conoscenza sui processi che coinvolgono la comunicazione a vari livelli, fornendo quindi elementi utili per predisporre interventi e programmi di politica socio-sanitaria efficaci finalizzati al contrasto della pandemia. Tra le aree indagate vi sarà anche lo stato di salute, sia fisico che mentale, dei partecipanti.

Covid, opaganib sicuro ed efficace

Risultati positivi per l’inibitore selettivo della sfingosina chinasi-2

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Segnali positivi su sicurezza ed efficacia relativi a opaganib per il trattamento della polmonite da Covid-19.

Ad annunciarli è uno studio di Fase II proof-of-concept randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo con opaganib (NCT04414618) che ha arruolato 40 pazienti che necessitavano di ossigenoterapia.

Lo studio, di cui non era stata calcolata la potenza ai fini statistici, mirava a valutare la sicurezza e a identificare i primi segni di attività. I pazienti arruolati nello studio sono stati randomizzati con un rapporto 1:1 nel gruppo di trattamento con opaganib o placebo in aggiunta alle cure standard (SoC) e sono stati seguiti per 42 giorni dall’inizio del trattamento.

I risultati top-line dello studio hanno constatato la sicurezza di opaganib, senza riscontrare rilevanti differenze tra il braccio di trattamento con opaganib e il gruppo placebo.

Covid-19 fa male anche al cuore

Oltre all’infezione c’è un effetto psicosomatico dovuto all’ansia

Neanche il cuore è al riparo dagli effetti negativi dell’infezione da Sars-CoV-2. Uno studio pubblicato su Jama Network Open da un team della Cleveland Clinic non ha studiato l’effetto fisiologico dell’infezione, che pure aumenta il rischio di infarto a causa dell’alterazione dei meccanismi della coagulazione, ma quello psicologico.

Lo stress e la tensione generati dall’evoluzione della pandemia causano una scarica di catecolamine, costringendo alla contrazione continua delle cellule del miocardio.

Ciò si traduce per molti in chiari sintomi da infarto, anche se in realtà si tratta di cardiomiopatia da stress, meglio nota come sindrome di tako-tsubo.
Lo studio diretto da Ahmad Jabri ha confrontato l’incidenza della malattia durante la pandemia con quella di altri periodi, prendendo in considerazione solo soggetti negativi a Sars-CoV-2.

Covid-19 e cervello

Ripercussioni sulla gestione delle malattie neurologiche

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Il nuovo coronavirus crea danni al cervello. Diversi studi lo sottolineano ormai, ma ciò non sembra dovuto all’ingresso del virus nell’organo, che rimarrebbe inaccessibile.

A confermarlo è uno studio apparso sul New England Journal of Medicine e firmato da un team dei National Institutes of Health statunitensi. La causa dei problemi cerebrali sarebbe dovuta in realtà a una conseguenza indiretta del virus, ovvero la risposta infiammatoria e il danno a livello di vasi sanguigni.

La ricerca si è basata su risonanze magnetiche effettuate su 19 pazienti deceduti fra marzo e luglio e su analisi dei tessuti cerebrali realizzata post-mortem.

Le immagini hanno messo in risalto diversi punti, tra il bulbo olfattivo e il tronco cerebrale, caratterizzati da un’elevata infiammazione e da sanguinamento locale.

L’inquinamento non accelera Covid-19

Il particolato atmosferico non ne favorirebbe la diffusione

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La prima ondata della pandemia da Covid-19, nell’inverno 2020, ha colpito in maniera più rilevante il Nord Italia rispetto al resto del Paese e la Lombardia, in particolare, è stata la regione con la maggiore diffusione.

A maggio 2020 vi erano registrati 76.469 casi, pari al 36,9% del totale italiano di 207.428 casi. Perché la distribuzione geografica dell’epidemia sia stata così irregolare è ancora oggetto di dibattito nella comunità scientifica.

Un recente studio, condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), sedi di Lecce e Bologna, e dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente-Arpa Lombardia, dimostra che particolato atmosferico e virus non interagiscono tra loro.