Covid-19, una proteina provoca casi gravi

Associazione tra HERV-W ENV e evoluzione della malattia

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I ricercatori dell’Università di Roma “Tor Vergata” hanno dimostrato per la prima volta la presenza di un’elevata quantità della proteina HERV-W ENV nelle cellule del sangue dei pazienti COVID-19.
La proteina è presente in particolare nei linfociti T, cellule che giocano un ruolo centrale nella risposta immunitaria verso le infezioni causate da virus e batteri. Nei pazienti COVID-19, la proteina è stata correlata all’infiammazione e all’alterazione ed esaurimento del funzionamento delle cellule del sistema immunitario.
L’osservazione che il livello della proteina riflette l’esito respiratorio dei pazienti durante l’ospedalizzazione suggerisce il suo ruolo nella patogenesi e nell’evoluzione della malattia.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “EBioMedicine” del gruppo editoriale “The Lancet”.
La ricerca è stata coordinata dalla dott.ssa Claudia Matteucci, ricercatrice della …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | Covid, proteina, linfociti,

Mio buon Natale, te lo ricordi com’eri prima?

Quest’anno, l’abbiamo capito, il Natale sarà diverso per tutti. Se da un lato qualcuno ha già iniziato da settimane a decorare la casa per infondersi di atmosfera natalizia e rallegrare un po’ gli animi, dall’altro ci sono persone che saranno costrette a passare le feste lontane dai propri cari, a causa delle restrizioni sugli spostamenti o gli arrivi dall’estero. 

A cura di Valeria Baruzzo

In ogni caso, che si faccia parte del primo o del secondo gruppo, siamo tutti stimolati a riflettere su cosa significhi il Natale per noi. Nella maggior parte dei casi, le festività natalizie corrispondono esattamente a quello che siamo invitati a evitare quest’anno: assembramenti, abbracci, baci, carezze, rimpatriate, viaggi. Insomma, calore umano che nella vita di tutti i giorni non abbiamo tempo di alimentare perchè, correndo in modo frenetico, ci dimentichiamo di dedicare parole e pensieri a chi vogliamo più bene. Invece, a Natale ci riscattiamo un po’ tutti, che sia con un regalo ben pensato o con un semplice biglietto di auguri, una telefonata o una cena insieme a persone che non rivediamo da tanto (una mangiata più o una meno non fa differenza e lo sappiamo benissimo). Poi, ci sono anche i Grinch della situazione, che invece saranno ben contenti di evitare inutili rimpatriate familiari in cui si parla sempre delle stesse cose, si sente il solito “ma i figli, a quando?”, “la laurea quando arriva?”, “la fidanzata quest’anno l’hai trovata?”, “uh, come sei ingrassata!”, il tutto sfoderando il più falso dei sorrisi mentre si ringrazia per regali imbarazzanti che verranno rivenduti su internet il giorno dopo. Natale è un po’ entrambe le cose, forse. Un po’ magico e un po’ stressante. Ma in nessun caso dovrebbe essere solitudine.

© Sani per Scelta

Photo by Annie Spratton Unsplash

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Covid, budesonide riduce i tempi di recupero

Indicato per i pazienti non ricoverati in ospedale

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Il farmaco a base di cortisone budesonide mostra di poter ridurre i tempi di recupero delle persone colpite da Covid, ma non ricoverate in ospedale. Il corticosteroide è utilizzato in genere per il trattamento dell’asma e della broncopneumopatia cronica ostruttiva. Uno studio realizzato dall’Università di Oxford su persone con oltre 50 anni a maggior rischio di Covid-19 e persone con più di 65 anni mostra che l’assunzione del medicinale è associata a un tempo di recupero più rapido di 3 giorni.
Allo studio Principle, pubblicato in preprint su MedRxiv hanno partecipato 961 persone assegnate in maniera casuale a ricevere budesonide per via inalatoria a casa, e altre 1.819 che hanno seguito la terapia standard del servizio sanitario inglese.
I dati, raccolti fino al 25 marzo 2021, hanno riguardato alla fine 751 persone del gruppo budesonide (800 microgrammi 2 volte al giorno per 14 …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | budesonide, Covid, cortisone,

Covid, disturbi mentali per un paziente su tre

Ansia e disturbi dell’umore i problemi più comuni

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A 6 mesi dalla malattia, un paziente guarito da Covid-19 su tre mostra problemi di natura mentale.

È il risultato di uno studio pubblicato su Lancet Psychiatry da un team della Oxford University guidato da Paul Harrison, che spiega: «Sebbene i rischi individuali per la maggior parte dei disturbi siano bassi, l’effetto sull’intera popolazione potrebbe essere sostanziale».

I ricercatori hanno analizzato le cartelle cliniche di 236.379 pazienti colpiti da Covid-19, scoprendo che il 34% aveva ricevuto una diagnosi di malattia neurologica o psichiatrica entro 6 mesi dalla malattia.

I dati sono stati confrontati con quelli di persone che avevano avuto l’influenza o altre malattie respiratorie nello stesso periodo di tempo. L’incidenza dei disturbi nei guariti da Covid era molto più alta della media.

Covid, nuova terapia per la perdita dell’olfatto

Dopo la guarigione un paziente su dieci continua a non sentire odori e sapori

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Molti pazienti affetti da Covid-19 sperimentano la perdita dell’olfatto e del gusto. Anosmia e iposmia (perdita dell’olfatto totale o parziale) e ageusia (perdita del gusto) incidono in maniera decisiva sulla qualità di vita del paziente colpito.

Nella maggior parte dei casi, i pazienti recuperano il senso dell’olfatto nel giro di qualche giorno o settimana. Le stime indicano che il 90% dei pazienti Covid ha recuperato l’olfatto entro un mese.

Uno studio pubblicato su Jama Otolaryngology dal dott. Paolo Boscolo-Rizzo segnala che soltanto il 10% dei pazienti ha continuato ad accusare la perdita dell’olfatto a distanza di mesi dall’infezione. Si tratta in effetti di uno dei sintomi tipici della cosiddetta sindrome da Long Covid.

Covid-19, dose unica di vaccino a chi è guarito?

La seconda dose non sembra necessaria

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Per garantire una corretta e robusta risposta anticorpale i vaccini anti-Covid (fa eccezione Johnson & Johnson al momento) necessitano di un richiamo, una seconda dose da somministrare a qualche settimana di distanza dalla prima.

Sin da subito, tuttavia, i ricercatori si sono chiesti se la regola fosse valida anche per chi ha già avuto Sars-CoV-2. Una lettera all’editore apparsa sul New England Journal of Medicine risponde al dubbio, affermando che i soggetti già guariti da Covid-19 che ricevono un vaccino a mRna mostrano livelli di anticorpi superiori dopo una dose rispetto a chi è stato vaccinato senza essere stato contagiato in precedenza.

«I nostri risultati suggeriscono che una singola dose di vaccino suscita una risposta immunitaria molto rapida negli individui che hanno già mostrato positività per Covid-19», spiega Florian Krammer, della Icahn School of Medicine del Mount Sinai.

Covid, perché è così grave per alcuni?

Conseguenze molto diverse a seconda dei soggetti

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Uno degli elementi di Covid-19 che fin da subito ha colpito i medici è l’estrema variabilità delle sue manifestazioni cliniche. Se è vero che ogni infezione può presentarsi con diversi livelli di gravità a seconda delle persone, quella causata da Sars-CoV-2 estremizza questo aspetto, passando dalla totale asintomaticità al bisogno della ventilazione assistita anche nella stessa categoria di persone.

La prima scoperta dei ricercatori è stata quella dei livelli insoliti di cellule T nel sangue delle persone colpite gravemente dalla malattia. I valori di un paziente deceduto hanno mostrato chiaramente il cambiamento nel livello delle citochine, le proteine che organizzano la risposta immunitaria.
In alcune persone, la risposta immunitaria è esageratamente violenta e finisce per colpire non solo i polmoni, ma anche cuore, fegato e cervello.

Vaccini Covid, il rompicapo AstraZeneca

Potrebbero essere ribaltate le indicazioni originarie per il rischio di trombosi

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Sappiamo di non sapere. I tecnici dell’Ema fanno proprio il concetto più famoso di Socrate, denunciando l’incapacità momentanea di dare risposte certe all’opinione pubblica europea sul vaccino di AstraZeneca.

Pur non conoscendone ancora i motivi, e avendo una conoscenza superficiale delle dimensioni reali del fenomeno, gli esperti dell’Ema devono alla fine ammettere che esiste un nesso tra alcuni rari casi di trombosi – causati da coaguli di sangue in compresenza con basso numero di piastrine – e la somministrazione del vaccino di AstraZeneca.

I benefici, tuttavia, continuano a superare – e di molto – i rischi, ma la decisione su eventuali restrizioni alle inoculazioni andrà presa dalle autorità nazionali. I casi segnalati da Ema sono 62 eventi di trombosi cerebrale e 24 di altro genere su 25 milioni di dosi in Unione Europea e Regno Unito.

Covid, quali sono le reazioni ai vaccini

Elenco dei disturbi associati ai vari prodotti

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Ogni vaccino presenta una serie di possibili effetti collaterali. Sul primo ad essere approvato e utilizzato contro Covid-19 – quello di Pfizer/BioNtech – l’Agenzia italiana del farmaco ha pubblicato un elenco molto accurato dei possibili disturbi che in alcuni casi sarebbe in grado di provocare.

In genere, si tratta di conseguenze di “entità lieve o moderata e si sono risolte entro pochi giorni dalla vaccinazione. Tra le reazioni avverse – prosegue la nota Aifa – figuravano dolore e gonfiore nel sito di iniezione, stanchezza, mal di testa, dolore ai muscoli e alle articolazioni, brividi e febbre.

Arrossamento nel sito di iniezione e nausea si sono verificati in meno di 1 persona su 10.

Prurito nel sito di iniezione, dolore agli arti, ingrossamento dei linfonodi, difficoltà ad addormentarsi e sensazione di malessere sono stati effetti non comuni.

Un negativo al test antigenico può essere infetto

Soprattutto se asintomatico

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I test antigenici rapidi hanno un problema di individuazione dei soggetti positivi asintomatici. Lo rivela una revisione Cochrane dei dati disponibili sui test rapidi per il rilevamento delle infezioni da Sars-CoV-2.

«La nostra revisione mostra che alcuni test antigenici possono essere utili in ambienti sanitari in cui si sospetta COVID-19 in persone con sintomi. Questi test non sembrano funzionare altrettanto bene nelle persone che non hanno sintomi», afferma Jac Dinnes, della University of Birmingham, co-autore della revisione.

I test antigenici identificano le proteine del virus e offrono un risultato nel giro di 30 minuti circa. I test molecolari, invece, lavorano sul materiale genetico del virus e hanno pertanto bisogno di più tempo per l’analisi.