Neuroni artificiali contro le demenze

Microchip per riparare i buchi della rete cerebrale

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Cento miliardi di neuroni costituiscono il nostro patrimonio cerebrale. A volte questa ricchezza viene minacciata da malattie neurodegenerative che finiscono per mettere a repentaglio le connessioni presenti fra i neuroni. Per ovviare ai “buchi” prodotti da malattie come l’Alzheimer i ricercatori lavorano a neuroni artificiali su microchip, che funzionerebbero come ponti in grado di ripristinare le comunicazioni fra le cellule.
Questi dispositivi hanno già un nome – solid state neuron – e gli esperimenti condotti mostrano che possono comportarsi come i neuroni biologici. Sono quadratini di 5 mm2 e hanno bisogno di pochissima potenza per funzionare, appena 140 nanoWatt, circa un miliardesimo del fabbisogno energetico di un microprocessore standard.
Claudio Mariani, presidente ARD Onlus e già professore di neurologia all’Ospedale Sacco di Milano, spiega al Corriere della Sera: «Significa …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | neuroni, cervello, Alzheimer,

Malati di Alzheimer, ma senza sintomi

Alcuni pazienti beneficiano di un’iperattivazione dei geni MEF2

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Una famiglia di geni – MEF2 – è strettamente collegata a un’evoluzione benigna del morbo di Alzheimer. Lo dimostra uno studio del Massachusetts Institute of Technology pubblicato su Science Translational Medicine.
“Stiamo imparando a conoscere sempre più a fondo gli elementi che proteggono la funzione del cervello”, spiega Li-Huei Tsai, direttore del Picower Institute for Learning and Memory al Mit e co-autore del lavoro. “Comprendere questi meccanismi di resilienza potrebbe essere utile per progettare nuovi interventi terapeutici o di prevenzione del declino cognitivo e delle demenze associate alla degenerazione cerebrale”.
Gli scienziati del Mit hanno analizzato in parallelo i cervelli di esseri umani e topi cercando correlazioni interessanti. In entrambi i casi è emerso il ruolo fondamentale della famiglia MEF2, geni correlati all’ottimizzazione dei benefici derivanti dall’esercizio …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | Alzheimer, sintomi, MEF2,

Alzheimer, il rame come fattore di rischio

Nuovo studio conferma il legame

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L’Alzheimer, la più temuta delle demenze, colpisce oggi circa 30 milioni di persone nel mondo (di cui 600 mila solo in Italia). Un processo degenerativo del cervello che compromette le principali funzioni cognitive e che rimane tra le patologie maggiormente all’attenzione di medici e ricercatori nel panorama globale.

Una vasta letteratura scientifica negli anni ha supportato la tesi del rame “cattivo” (non-ceruloplasminico) quale fattore di rischio per la malattia di Alzheimer: si tratta di quel rame anche detto “libero” che – diversamente dal rame “buono” – non si lega a una proteina, la ceruloplasmina, attraverso la quale viene trasportato nell’organismo per contribuire allo svolgimento di importanti funzioni vitali e metaboliche. Il rame “fuori” dal controllo delle proteine innesca così reazioni ossidanti che vanno a danneggiare cellule e tessuti.

Parkinson e Alzheimer, legame pericoloso

Una persona su 4 affetta da Parkinson rischia anche la demenza

Età avanzata, disturbi precoci dell’equilibrio, durata della malattia, sono tutti fattori di rischio che espongono i pazienti parkinsoniani alla demenza. Lo spiega il dott. Giorgio Sacilotto, neurologo del Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO, referente del Centro per i Disturbi Cognitivi e Demenze (CDCD), in occasione della 27esima Giornata Mondiale di sensibilizzazione sul tema dell’Alzheimer, istituita nel 1994 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Alzheimer’s Disease International (ADI) e che ricorre il 21 settembre.

Secondo gli studi più recenti, pur interessando parti del cervello diverse, la malattia di Parkinson e l’Alzheimer potrebbero essere molto simili dal punto di vista biochimico. Inoltre, come l’Alzheimer anche il Parkinson causa disturbi del comportamento e perdita della memoria.

Alzheimer e Covid-19, consigli utili

Alcuni accorgimenti da adottare secondo i neurologi

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L’inedita emergenza sanitaria rappresentata dal nuovo coronavirus e dalla malattia che ne consegue, Covid-19, ha effetti ancora più gravi sulle persone che già in precedenza soffrivano ed erano in difficoltà.

Ciò è particolarmente vero per le persone affette da demenze o Alzheimer, e per i loro cari che se ne prendono cura. Per questo motivo, la Società italiana di Neurologia insieme con la Sindem (Associazione autonoma aderente alla Sin per le demenze) indicano una serie di accorgimenti utili per tentare di alleggerire situazioni certo molto pesanti.

Pur condividendo la necessità del divieto di uscire da casa, sono sinceramente preoccupata per i pazienti con Alzheimer per i quali non poter andar fuori per la consueta passeggiata può significare un aumento dell’ansia e quindi un peggioramento del loro stato di salute – afferma Amalia Bruni, presidente eletto Sindem.

Alzheimer, cosa è meglio mangiare

10 consigli per mangiare e vivere meglio con i propri familiari

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Qual è l’alimentazione più indicata per un malato di Alzheimer? Korian, leader europeo nei servizi di assistenza e cura, ha deciso di stilare un vademecum per tutti i caregiver che si prendono cura dei malati di Alzheimer, per aiutarli nel momento dei pasti.

Consigli pratici da mettere subito in pratica con i propri familiari che soffrono di questa patologia, ogni giorno in crescita. È stato calcolato infatti che le demenze colpiscono in Italia 1 milione e 200 mila persone, 50 milioni nel mondo e che con questa crescita vertiginosa il numero triplicherà in 30 anni.

Musica maestro

Il momento dei pasti deve essere soprattutto funzionale a riattivare le funzioni cognitive dei malati e a risvegliare la memoria affettiva del cibo. Fare in modo che i pasti siano un’esperienza piacevole è sicuramente sempre una buona idea.

Un trauma cranico può indurre demenza

Determina la propagazione di una forma anomala di proteina Tau

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Uno studio realizzato dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano dimostra che il trauma cranico induce la formazione di una forma anomala della proteina tau che si propaga nel cervello causando perdita di memoria e danni ai neuroni.

“Il trauma cranico grave – spiega Elisa Zanier che insieme a Roberto Chiesa ha coordinato lo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Brain – è la principale causa di morte e disabilità permanente nei giovani adulti. Inoltre, anche quando di lieve entità, rappresenta un importante fattore di rischio per l’insorgenza di demenze come l’Alzheimer e l’encefalopatia cronica post-traumatica, malattia tipica degli sport da contatto, come la boxe. Comprendere il meccanismo responsabile della transizione da danno cerebrale acuto a malattia cronica neurodegenerativa consentirebbe di sviluppare nuove terapie”.

Invecchiamento attivo e di qualità col progetto “Chi ha gambe ha testa”

Il tema del “successful ageing” è ormai centrale all’interno della comunità scientifica. Ma come garantire un invecchiamento sicuro e di qualità? Ecco il progetto “Chi ha gambe ha testa”, ideato da ATS Bergamo e promosso dall’ospedale Humanitas Gavazzeni.

Grazie ai progressi della medicina, la vita è più lunga. La nuova sfida dei ricercatori, adesso, è garantire alle persone un invecchiamento di qualità, all’insegna non solo della salute fisica, ma anche di quella cognitiva. È per questo motivo che nasce il progetto “Chi ha gambe ha testa”, promosso dall’ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo. Il progetto consiste nell’organizzazione di strategie per stimolare il benessere generale della persona attraverso la prevenzione del decadimento cognitivo. Per farlo, è stato ideato un percorso all’interno del parco dell’ospedale, della lunghezza di 1 km, lungo il quale si trovano delle “tappe”. Presso queste postazioni, i pazienti possono cimentarsi in giochi di memoria ideati dai neurologi, come associare numeri a parole, ripetere in ordine alfabetico i nomi degli animali, elencare tutte le parole che vengono in mente che iniziano con una certa lettera, trovare le differenze tra due immagini. “In questo modo – spiega Giuliana Rocca, direttrice UOC Promozione della salute del Dipartimento Igiene e Prevenzione Sanitaria di Ats Bergamo – si stimola la memoria, si allenano concentrazione e ragionamento, mantenendo in allerta le strategie di apprendimento attivate dal cervello.” Senza dimenticare che l’allenamento cognitivo è accompagnato da quello fisico, dato che il percorso motiva i pazienti a svolgere un po’ di movimento quotidiano, il che è estremamente importante se si pensa che tra i benefici dell’attività fisica c’è anche quello di allontanare il rischio di demenze e, in generale, il decadimento cognitivo. Inoltre, immergendosi tra faggi, querce, magnolie e fauna locale, tutti i 5 sensi vengono continuamente risvegliati dai numerosi stimoli esterni, il che favorisce la sensazione di benessere generale. Infine, questo progetto punta anche a sviluppare la socialità, altro elemento chiave per un invecchiamento più sereno e di qualità.