Alopecia femminile, non sempre servono gli androgeni

Il disturbo non è sempre collegato all’ormone maschile

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Non tutte le forme di alopecia femminile sono legate ai livelli degli ormoni maschili. Non potendo essere utilizzati con certezza come biomarcatore, gli androgeni non andrebbero neanche automaticamente proposti come trattamento.

A sottolinearlo è un parere dell’Associazione medici endocrinologi che rilancia le raccomandazioni pubblicate dall’Androgen Excess (Ae)-Pcos Society relative alla valutazione, alla diagnosi e al trattamento dell’alopecia femminile, nonché alla sua associazione con l’iperandrogenismo.

Nelle donne i capelli possono cadere o diradarsi anche se le concentrazioni di androgeni nel sangue risultano normali – spiega Cecilia Motta, coordinatrice del Gruppo endocrinologia ginecologica dell’Associazione medici endocrinologi (Ame).

Fratture, un’ecografia basta a diagnosticarle

Individua con facilità gran parte delle fratture tranne quelle ai gomiti

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È sufficiente un’ecografia per diagnosticare la maggior parte delle fratture degli arti superiori di cui sono vittime i bambini. La tecnica non è però molto efficace per le fratture dei gomiti, come afferma una metanalisi pubblicata sull’American Journal of Emergency Medicine.

Gli scienziati, coordinati da Kate Deanehan del Centro pediatrico Johns Hopkins di Baltimora, hanno analizzato i dati di 32 studi, per un totale di 2.994 bambini sottoposti a 3.415 scansioni per sospette fratture.

Come test di controllo sono state utilizzate radiografie e risonanze magnetiche. È emerso che la sensibilità e la specificità dell’ecografia per le fratture degli arti superiori nei bambini sono state rispettivamente del 95% e del 96%.

Covid, rischio miocardite

Segni di infiammazione miocardica in alcuni pazienti guariti

Superare l’infezione da Sars-CoV-2 potrebbe non essere sufficiente per ritenersi fuori pericolo. Uno studio pubblicato su Jama Cardiology evidenzia il rischio di miocardite in una percentuale di pazienti ricoverati in precedenza per Covid-19.

La ricerca dell’Ospedale universitario di Francoforte realizzata su 100 pazienti segnala che nel 78% dei casi una risonanza magnetica cardiaca ha dimostrato la presenza di segni di infiammazione miocardica associata a un aumento della troponina T.

«Due terzi dei pazienti infettati dal virus erano rimasti a casa, mentre i più gravi erano stati ricoverati in ospedale. Nessuno aveva una storia pregressa di insufficienza cardiaca o cardiomiopatia», spiega la coautrice Valentina Püntmann.

Nuovo test non invasivo per il cancro della vescica

Test più sensibile della citologia urinaria

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Un nuovo test delle urine si è rivelato più efficace nella diagnosi del cancro della vescica rispetto alla tradizionale citologia. Il test, che analizza le variazioni del numero di copie geniche nelle cellule di sfaldamento presenti nelle urine, si è dimostrato più sensibile e con una specificità simile rispetto al test standard.

«La cistoscopia, sebbene più accurata della citologia, è una procedura invasiva con costi aggiuntivi e potenziali complicazioni per il paziente. Pertanto, un test poco costoso e non invasivo per il rilevamento e il monitoraggio del cancro della vescica è un’esigenza clinica insoddisfatta», spiega Chuanliang Xu del Changhai Hospital di Shanghai, autore senior dello studio pubblicato su Clinical Cancer Research.

Le cellule di sfaldamento presenti nell’urina possono trattenere cellule tumorali liberate dal rivestimento della vescica.

Ictus, nuove possibilità di recupero

L’efficacia delle vescicole extracellulari della microglia

Per riparare il tessuto cerebrale dopo un ictus è fondamentale la generazione di nuovi oligodendrociti maturi a partire dai loro progenitori.

Sono le uniche cellule in grado di ricostituire la guaina mielinica danneggiata dei neuroni presenti nella zona di cervello con ridotta perfusione ematica.

Intatti, se non c’è un intervento terapeutico tempestivo di riperfusione (nell’arco di 4-5 ore), i neuroni di questa zona vanno incontro a sofferenza con conseguente degenerazione della mielina. A causa delle difficoltà di diagnosi precoce, è ormai riconosciuto che la terapia ideale per l’ictus dovrebbe prevedere approcci neuro-rigenerativi immediati, volti a implementare i meccanismi spontanei di riparazione successivi al danno.

Cancro alla vescica, perché la cura funziona solo su alcuni

Scoperto il meccanismo di azione della mitomicina C

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Una ricerca che porta a importanti passi avanti nella cura del tumore alla vescica. Sono stati pubblicati su Science Translational Medicine i risultati dello studio di Humanitas e Humanitas University che ha permesso di identificare il meccanismo di azione della mitomicina C, un farmaco chemioterapico usato da più di 50 anni per il carcinoma alla vescica.

Ogni anno in Italia, sono oltre 26.000 le nuove diagnosi di tumore alla vescica di cui il 75% non muscolo-infiltrante. Siamo di fronte a un tumore con elevata incidenza nei Paesi occidentali con dati che, in alcune aree, sono in aumento.

La professoressa Maria Rescigno, ordinario di Patologia Generale di Humanitas University e prorettore vicario con delega alla ricerca, spiega:

Insieme ai colleghi urologi, abbiamo avviato questo lavoro partendo da un dato: sappiamo che la mitomicina funziona nel 40% circa dei pazienti.

Cancro, ritardare le terapie può essere fatale

Più il ritardo si protrae più il rischio aumenta

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In caso di cancro, il tempo è un elemento fondamentale. Ritardare di sole 4 settimane l’inizio dei trattamenti equivale a un aumento del rischio di morte dal 6 al 13%. Come è lecito attendersi, a un aumento ulteriore del ritardo corrisponde un ulteriore aumento del rischio di morte.

«L’impatto preciso sulla mortalità legata ai ritardi dal momento della diagnosi a quello del trattamento non è stato analizzato a fondo. La necessità di una migliore comprensione dell’impatto di questa situazione è evidente durante la pandemia da Covid-19, perché molti paesi hanno dovuto rinviare le terapie oncologiche», spiega Timothy Hanna della Queen’s University di Kingston, in Canada, che ha coordinato uno studio pubblicato sul British Medical Journal.

Covid, il plasma iperimmune funziona o no?

Studi giungono a conclusioni contraddittorie

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Il plasma iperimmune per il trattamento di Covid-19 ha un effetto positivo oppure no? È quanto si domandano i ricercatori, che hanno portato a termine diversi studi giungendo a conclusioni non univoche.

L’ultimo studio in ordine di tempo è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine da un team della Vanderbilt University di Nashville guidato da Fernando Polack.

Secondo la ricerca, la terapia funzionerebbe soltanto se somministrata entro i primi 3 giorni dalla diagnosi e in assenza di sintomi. Allo studio hanno preso parte 160 pazienti sopra i 65 anni, metà dei quali ha ricevuto il plasma e l’altra metà il placebo. Nel gruppo trattato il rischio di malattia grave è diminuito del 48%.

Scompenso cardiaco, alcuni sintomi lo predicono

Spesso non riconosciuti in maniera precoce

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Alcuni sintomi precoci potrebbero aiutare a individuare il rischio di insorgenza dello scompenso cardiaco. Lo rivela uno studio effettuato su oltre 26.000 pazienti ricoverati per scompenso cardiaco di nuova diagnosi o stabile oppure per broncopneumopatia cronica ostruttiva.

«Il numero di visite ambulatoriali, di ricoveri per altri motivi o la frequenza di accessi al pronto soccorso ha iniziato a salire costantemente durante l’anno precedente, molto più tra le persone che hanno successivamente ricevuto una diagnosi di scompenso cardiaco o Bpco», esordisce Kim Anderson, dell’ospedale Regina Elisabetta II di Halifax, in Canada, coautrice dell’articolo appena pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology: Heart Failure.

L’aumento delle prestazioni sanitarie si è rivelato molto più evidente nei pazienti con scompenso cardiaco invece che in quelli con Bpco.

Due algoritmi per scoprire Covid-19

Consentono una diagnosi affidabile attraverso un semplice smartphone

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Diagnosticare i casi gravi di Covid-19 grazie a due algoritmi di intelligenza artificiale. È quanto promettono due progetti di ricerca – DeepChest e DeepBreath – messi in campo da un team del Politecnico Federale di Losanna.

La sperimentazione, guidata dalla dott.ssa Mary-Anne Hartley, ha coinvolto 800 pazienti. I due algoritmi offrono un tasso di accuratezza del 95% e una precisione del 90% nel predire se la malattia avrà un decorso lieve o grave. Gli strumenti saranno inclusi a breve in un’app per smartphone di semplice utilizzo.

DeepChest si basa su immagini di ecografie polmonari di pazienti ricoverati presso l’Ospedale Universitario di Losanna. Cominciato nel 2019 con l’intenzione di utilizzare l’intelligenza artificiale per scoprire la polmonite batterica e virale, il progetto ha virato verso la diagnosi di Covid con l’arrivo della pandemia.