Il tumore al testicolo è sempre più diffuso


Scarsa l’adesione degli uomini ai programmi di prevenzione

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Un’incidenza in aumento del 2% all’anno. Si tratta del tumore del testicolo, che vede l’incremento più rilevante nel Veneto.
Il problema principale è la scarsa propensione maschile ai controlli, a differenza delle donne, molto più sensibili sull’argomento.
Lo confermano anche i dati presentati dalla Fondazione Foresta di Padova ottenuti incrociando le informazioni dell’Airtum (Associazione italiana registri tumori) con quelli provenienti da altri centri di raccolta del Nord Europa.
Gli ultimi dati italiani riportano una continua crescita di tumori testicolari, con 2.400 nuovi casi l’anno in Italia.
La prevalenza del Veneto nelle nuove diagnosi ha probabilmente a che fare con un maggior tasso di inquinamento da Pfas nella regione del Nord Est.
“Quali siano le cause di questa tendenza non è ancora dimostrato, ma è innegabile una relazione tra le alterazioni della funzione …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | tumore, testicolo, prevenzione,

Tumore al polmone, scoperte nuove cellule immunitarie

Studio apre la strada a nuovi possibili farmaci

Il tumore del polmone è la prima causa di morte per cancro, responsabile di circa un terzo dei decessi per malattie oncologiche. “Il tumore non a piccole cellule rappresenta l’85% delle diagnosi di tumore al polmone e al momento le opzioni terapeutiche sono limitate”, spiega Elena Levantini, ricercatrice dell’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Itb), del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, dell’Harvard Medical School e dell’Harvard Stem Cell Institute.

L’immunoterapia è un’area emergente nella ricerca oncologica che si propone di utilizzare il sistema immunitario del paziente per ‘insegnargli’ ad attaccare le cellule tumorali. Le cellule immunitarie che infiltrano i tumori sono importanti regolatori della crescita tumorale e possono sia promuovere che limitarne lo sviluppo.

Linee guida per la cura dell’artrite reumatoide

Le pratiche migliori per la diagnosi e la terapia

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L’artrite reumatoide (AR) è una patologia autoimmune cronica disabilitante, caratterizzata da sinovite delle piccole e grandi articolazioni che si manifesta con tumefazione, rigidità, dolore e progressiva distruzione articolare. L’1% della popolazione britannica ne è affetta e nel 15% dei casi si manifesta in forma severa.

La malattia colpisce soprattutto il genere femminile (rapporto donne:uomini circa 3:1) e si sviluppa tra i 40 e i 60 anni, anche se può esordire a qualsiasi età. I segni precoci dell’artrite reumatoide vengono spesso riscontrati nell’ambito delle cure primarie, dove i pazienti si rivolgono per dolore e tumefazione articolare. Il rapido ed appropriato invio ai servizi reumatologici è importante sia per ottenere una precoce remissione della malattia, sia al fine di prevenire o ridurre la disabilità.

Protesi al seno e rischio di linfoma

Si indaga su una possibile correlazione

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Le protesi al seno potrebbero aumentare le possibilità di insorgenza di una rara forma tumorale, il Linfoma Anaplastico a Grandi Cellule (ALCL).

È questa l’ipotesi su cui stanno indagando le agenzie sanitarie internazionali.
Il ministero della Salute fa parte di una task force internazionale che monitora la patologia. Nel 2015, è stata pubblicata una circolare con l’obiettivo di sensibilizzare gli operatori sanitari a “una corretta diagnosi di ALCL in presenza di sintomatologia sospetta”.

Negli Stati Uniti, i casi riportati di ALCL in donne con protesi al seno sono ad oggi 457. Le donne colpite hanno spesso dovuto chiedere la rimozione delle protesi per i pesanti sintomi a loro carico.

Antibiotici in gravidanza, rischio di malattie intestinali

Nei bambini esposti durante la gestazione il rischio è molto più alto

Uno studio svedese recentemente pubblicato sulla rivista Gut della British Society of Gastroenterology potrebbe aggiungere un nuovo tassello al quadro delle nostre conoscenze, in particolare sulla relazione tra malattie infiammatorie croniche intestinali (Inflammatory bowel disease, IBD) e microbiota.

L’équipe di ricercatori ha investigato il rischio di sviluppo di very-early onset Ibd – ovvero le malattie infiammatorie croniche la cui diagnosi viene fatta prima dei 6 anni di età – in più di 800 mila bambini svedesi nati fra il 2006 e il 2016 ed esposti a terapia antibiotica durante la gravidanza o in età neonatale.

Linfomi, efficace obinutuzumab

In associazione con la chemio si dimostra superiore agli altri trattamenti

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I pazienti affetti da linfoma follicolare avranno un’opzione terapeutica in più.
Arriva anche in Italia l’indicazione in prima linea di obinutuzumab in associazione a chemioterapia seguito da obinutuzumab in mantenimento per il trattamento del linfoma follicolare avanzato non pretrattato, con rimborsabilità per i pazienti a rischio intermedio e alto, secondo l’indice FLIPI (Follicular lymphoma international prognostic index).

Sono circa due su tre (il 64%) i pazienti con linfoma follicolare considerati a maggiore rischio di incorrere in una progressione della malattia o di morire entro 5 anni dalla diagnosi rispetto ai restanti pazienti a rischio basso. Il linfoma follicolare è la seconda forma più comune di linfoma non-Hodgkin.

Cancro del colon, il ruolo del gene SMC1A

La sua amplificazione contribuisce allo sviluppo del tumore

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Il tumore del colon-retto è il secondo più frequente in Italia con una stima di circa 51.300 nuovi casi nel 2018, secondo i dati dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), e la seconda causa di morte oncologica dopo il tumore al polmone.

Alcuni ricercatori dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) hanno individuato un nuovo meccanismo molecolare che contribuisce allo sviluppo di tale tumore. La scoperta è stata pubblicata sul Journal of Experimental & Clinical Cancer Research.

Un test del sangue per il tumore del seno

Predice il rischio già 5 anni prima

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Cancro del seno diagnosticato grazie a un semplice prelievo del sangue. È quanto promettono i ricercatori dell’Università di Heidelberg, secondo cui il nuovo test individuerebbe il tumore “con lo stesso grado di probabilità di una mammografia. Quanto il test sia sicuro nella prassi, si dovrà verificare in studi più ampi”, hanno spiegato i ricercatori dal quotidiano tedesco Bild. “I nostri risultati si basano sui test a 650 donne, la metà delle quali era ammalata, l’altra no”.

Anche un team di ricercatori danesi tenta la via del test del sangue per predire il rischio di cancro al seno nelle donne. Stando ai risultati ottenuti e pubblicati sulla rivista Metabolomics, il test riuscirebbe a predire il rischio di insorgenza del cancro fino a 5 anni prima dell’eventuale comparsa.

Cisti ovariche, meglio conviverci

Approccio conservativo ideale in caso di tumore benigno

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I tumori dell’ovaio sono una patologia assai frequente, la cui gestione clinica ha rappresentato per anni un delicato problema per la difficoltà di porre una diagnosi precisa.

Di norma, per non incorrere nel rischio di trasformazione maligna, rottura o torsione, la donna con cisti ovarica era sottoposta di default a chirurgia anche quando la massa appariva benigna.

Oggi questa tendenza sta cambiando. Ove possibile, si opta per la gestione conservativa delle cisti, che vengono monitorate in ecografia a intervalli regolari nel caso in cui possiedano determinati “criteri di benignità”. Tali criteri sono stati stabiliti dal Consensus IOTA (International Ovarian Tumor Analysis), gruppo internazionale di ricercatori nato nel 1998 che ha appena concluso un’indagine in cui si conferma la validità dell’approccio ecografico.

La risonanza magnetica svela il Parkinson

La neuromelanina può confermare la malattia

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C’è un nuovo possibile metodo di diagnosi del morbo di Parkinson.

In un recente studio del gruppo dell’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Itb) di Segrate-Milano coordinato da Luigi Zecca e Fabio Zucca, frutto di una collaborazione con il Department of Psychiatry Columbia University Medical Center, New York, NY (coordinato da Guillermo Horga e Clifford Cassidy), è stato infatti dimostrato su sezioni del cervello umano che la riduzione del contrasto nelle immagini di risonanza magnetica è effettivamente dovuta alla perdita di neuromelanina, cioè dei neuroni che producono dopamina, legata alla malattia di Parkinson.

È stato perciò confermato che le immagini di risonanza magnetica della neuromelanina costituiscono un marcatore della funzionalità dei neuroni della dopamina della sostanza nera cerebrale.