Nuova molecola contro l’obesità

Punta al rimodellamento dei mitocondri

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Chi è obeso soffre di una disfunzione metabolica caratterizzata da un malfunzionamento dei mitocondri, i motori energetici delle cellule. Uno studio dell’Università della California di Irvine pubblicato su Embo Molecular Medicine lascia pensare alla possibilità di un nuovo approccio farmacologico per correggere il difetto.

Tutto parte da un regime alimentare sbagliato, contraddistinto da un’eccessiva assunzione di grassi che porta a disordini metabolici come diabete e fegato grasso. Il palmitato, un grasso presente nella dieta occidentale, innesca la disfunzione metabolica causando un’eccessiva fissione dei mitocondri all’interno delle cellule.

Ciò compromette la loro funzionalità, compromettendo il metabolismo e aumentando i sottoprodotti tossici associati all’insulino-resistenza in alcuni tessuti.

Antidepressivi, come e quando interrompere il trattamento

Ancora non è chiaro quale sia l’approccio migliore

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È ancora oggetto di discussione il metodo migliore per interrompere l’assunzione di farmaci antidepressivi. Una revisione della Cochrane Library ha cercato di capire quale sia l’approccio da seguire.

«Le linee guida in genere raccomandano di assumere antidepressivi fino a 6-12 mesi dopo il miglioramento, o fino a 2 anni nelle persone a rischio di ricaduta, ma molti assumono antidepressivi per periodi più lunghi, e fino alla metà delle persone in tale situazione non ha una chiara ragione medica per continuare a prenderli», afferma Ellen Van Leeuwen, dell’Università di Ghent, in Belgio, autrice principale dello studio.

L’utilizzo a lungo termine degli antidepressivi può associarsi a disturbi del sonno, aumento di peso, disfunzione sessuale, emorragie e problemi gastrointestinali.

Sclerosi multipla, riattivare le cellule immunitarie

Nuova possibile strada per controllare l’infiammazione

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I linfociti T regolatori (Treg) hanno un ruolo fondamentale nel modulare la risposta del sistema immunitario, controllando che reagisca efficacemente contro gli agenti esterni, ma senza attaccare le stesse cellule del nostro organismo, causando il fenomeno definito auto-immunità.

Proprio per via del loro ruolo di “sentinelle”, una riduzione nel numero o una disfunzione delle cellule Treg è fortemente implicata in diverse malattie autoimmuni, tra le quali la sclerosi multipla.

Una nuova ricerca, guidata dall’Università Federico II di Napoli con la collaborazione di I.R.C.C.S. Multimedica di Milano, Consiglio Nazionale delle Ricerche (IEOS-CNR) di Napoli e I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), ha ora messo in luce un elemento cruciale per la vita e la funzionalità dei linfociti T regolatori. Il lavoro scientifico è stato pubblicato sulla rivista Immunity.

Scompenso cardiaco, predire il rischio di eventi avversi

Possibile grazie alla disfunzione diastolica

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Uno studio recentemente apparso sull’International Journal of Cardiology sostiene la possibilità di predire il rischio di eventi avversi e morte in caso di scompenso cardiaco grazie alla disfunzione diastolica.

I risultati dello studio suggeriscono di aggiornare le linee guida che i cardiologi di tutto il mondo seguono per predire i ricoveri per scompenso cardiaco o il rischio di decesso nei pazienti con scompenso cardiaco, la seconda causa di morte in Italia ogni anno.

Nel corso della vita, una persona su cinque è a rischio di sviluppare questa condizione cardiovascolare, che consiste nell’incapacità del cuore di pompare quantità di sangue sufficienti nell’organismo.

Oggi gli specialisti cardiologi riescono a classificare, per ciascun paziente, una stima approssimativa della prognosi negli anni a venire, grazie ad algoritmi predittivi che si basano su alcuni parametri.

Covid, la Bioarginina può essere utile

Ridotti i tempi di dimissione nei pazienti ospedalizzati

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L’aggiunta di Bioarginina alla terapia standard può migliorare la prognosi dei pazienti ricoverati per Covid-19. La sostanza sembra ridurre i tempi di dimissione, favorendo il recupero dei linfociti e migliorando il rapporto PF tra pO2 arteriosa e FiO2 respirata.

La disfunzione endoteliale gioca un ruolo centrale nella patogenesi della malattia, uno dei motivi per cui soggetti anziani, pazienti con diabete e ipertesi sviluppano spesso una forma grave dell’infezione.

L’endotelio è in grado di modulare l’aggregazione piastrinica e i processi coagulativi, contribuisce all’immunità innata riducendo l’infiammazione, oltre a regolare le resistenze vascolari e proteggere i tessuti dall’effetto nocivo dei radicali liberi dell’ossigeno mediante la produzione di sostanze antiossidanti.

Terapia genica per la distrofia retinica ereditaria

Autorizzata da Aifa in regime di rimborsabilità

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La distrofia retinica ereditaria può essere ora combattuta grazie a una nuova terapia genica. Il trattamento è indicato per le forme con mutazione Rpe65, come ha confermato un incontro web sul tema.

Francesca Simonelli, docente di Oftalmologia e direttrice della Clinica oculistica dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, spiega:

Le distrofie retiniche ereditarie sono patologie rare della retina che colpiscono nel loro insieme una persona su 2mila. Sono malattie genetiche, dovute alla disfunzione di geni che impediscono la formazione di proteine o enzimi cruciali per lo svolgimento del ciclo visivo. Esistono molti tipi di distrofia retinica differenti tra di loro, associate a più di 200 geni e hanno in comune un esordio molto precoce, alla nascita o nella prima infanzia, con un decorso progressivo verso la grave perdita di vista o la cecità adulta.

Autismo e schizofrenia, nuova possibile strategia

L’obiettivo è migliorare i disturbi del comportamento sociale nei pazienti

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Un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Cell ha identificato un nuovo meccanismo molecolare alla base dei disturbi del comportamento sociale riscontrati nell’autismo e nella schizofrenia. Questa scoperta potrebbe costituire una possibile strategia terapeutica per aiutare a migliorare i difetti nelle interazioni sociali.

I risultati dello studio, condotto da un gruppo di ricerca guidato dalla professoressa Claudia Bagni, che divide il suo lavoro di ricerca tra il Dipartimento di Biomedicina e Prevenzione dell’ Università Roma “Tor Vergata” e il Dipartimento di Neuroscienze Fondamentali dell’Università di Losanna, aprono nuove prospettive nella comprensione di questi disturbi e propongono possibili futuri bersagli terapeutici per condizioni come l’autismo e la schizofrenia.

Il diabete può predire l’insufficienza cardiaca

Fattore di rischio indipendente per lo sviluppo della malattia

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Il solo diabete mellito può rappresentare un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo dell’insufficienza cardiaca (HF).

Lo rivela uno studio pubblicato su Mayo Clinic Proceedings da un team dell’omonima clinica diretto da Michael Klajda, che spiega: «In questo studio, abbiamo anche dimostrato che i partecipanti con DM, anche in assenza di disfunzione diastolica, hanno maggiori probabilità di quelli senza DM di sviluppare HF».

Era già noto che il diabete fosse associato alle malattie cardiovascolari, ma il legame preciso con l’insufficienza cardiaca è difficile da determinare. Anche la compresenza di coronaropatie e ipertensione nei pazienti diabetici spesso rende difficile l’incidenza dell’insufficienza cardiaca.

Diabete, ecco perché il corpo non produce più insulina

L’iperglicemia stressa le cellule preposte alla sua produzione

Le cellule beta pancreatiche, stressate dall’iperglicemia e dall’insulino-resistenza, vanno in tilt e cominciano a rilasciare forme immature e disfunzionali di insulina, inutili a svolgere il loro compito metabolico.

L’apparato di produzione dell’insulina nel diabete, ma anche nel pre-diabete, va insomma nel pallone ed entra in circolo vizioso di super-lavoro che ‘impalla’ sempre di più il sistema e peggiora il controllo metabolico. Per la prima volta uno studio italiano ha osservato tutti questi fenomeni direttamente a livello del pancreas. Da queste osservazioni potrebbero derivare nuovi approcci terapeutici.

Uno spray per l’eiaculazione precoce

Disponibile a breve anche in Italia il nuovo prodotto per «rallentare» il sesso

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L’eiaculazione precoce è una condizione che interessa tra il 20% e il 30% della popolazione maschile in Italia. Per gestirla è disponibile anche in Italia un nuovo farmaco, la prima formulazione spray a base di due anestetici locali, lidocaina e prilocaina, approvata per questo specifico problema.

Un tema al centro anche del 91° Congresso nazionale della Società Italiana di Urologia – SIU, in corso a Riccione, dove si è svolto oggi il simposio “Una terapia efficace per l’eiaculazione precoce: lidocaina/prilocaina nella nuova formulazione spray” dedicato proprio alla più importante disfunzione sessuale maschile.

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In questi giorni a Riccione sono riuniti oltre mille urologi per il Congresso annuale della nostra Società scientifica. Gli argomenti trattati sono tutti di alta valenza scientifica, in particolare si sta ponendo l’accento su temi di primaria importanza per i pazienti.