Ringiovanire il sangue grazie al cordone ombelicale

La scoperta apre nuove strade per la ricerca sull’invecchiamento

Uno studio GITMO (Gruppo Italiano Trapianto Midollo Osseo), coordinato da Corrado Tarella, Direttore della Divisione di Ematologia dell’Istituto Europeo di Oncologia e Professore all’ Università degli Studi di Milano, rivela che il trapianto di midollo con cellule di cordone ombelicale fa ringiovanire le cellule del sangue.

La ricerca, appena pubblicata sulla rivista Biology of Blood and Marrow Transplantation, riguarda in particolare i telomeri, strutture del DNA che hanno il compito di proteggere i nostri cromosomi, e quindi il nostro DNA, dai danni esterni e dal deterioramento. La lunghezza del telomero indica proprio il grado di giovinezza delle nostre cellule.

Beta-talassemia, la terapia genica la cura

Parere positivo dal CHMP europeo

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Bluebird bio ha annunciato che il Comitato per i medicinali ad uso umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Farmaci (EMA) ha espresso opinione favorevole raccomandando l’autorizzazione condizionale all’immissione in commercio per la terapia genica a base di cellule autologhe CD34+ che codificano il gene della β A-T87Q-globina (precedentemente nota come LentiGlobin).

Si tratta di una terapia genica per pazienti di età pari o superiore a 12 anni con β-talassemia trasfusione-dipendente (TDT) con genotipo non β0/β0, per i quali il trapianto di cellule staminali ematopoietiche (CSE) è appropriato, ma non è disponibile un donatore HLA-compatibile.

È motivo di grande soddisfazione che il Comitato per i Medicinali ad uso umano abbia riconosciuto il potenziale della terapia genica nel trattamento della beta talassemia trasfusione-dipendente – commenta Alberto Avaltroni.

Creato il super Dna

Porta l’alfabeto genetico a 8 lettere

Da 4 a 8 lettere. È il risultato ottenuto da un gruppo di ricercatori che ha dato vita a un nuovo Dna sintetico, allargando di fatto l’alfabeto genetico.
Il super Dna è descritto sulle pagine di Science dal team guidato da Shuichi Hoshika.

Secondo la ricerca, i nuovi sistemi di Dna e Rna descritti ampliano l’ambito dei biopolimeri genetici che possono essere utili per future applicazioni biologiche sintetiche.

Il compito biologico di archiviare e replicare le informazioni genetiche è svolto grazie alle combinazioni di 4 coppie di base del Dna.

La ricerca ha dimostrato l’efficacia anche di un Dna sintetico allargato. I ricercatori lo hanno ribattezzato Dna ‘hachimoji’, un sistema genetico di otto (hachi) lettere (moji), atto ad esplorare anche i limiti dello stoccaggio di informazioni molecolari.

Sei spesso influenzato? Colpa di mamma e papà

Dna decisivo nella risposta alle infezioni

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Il patrimonio genetico di ognuno di noi spiega molte delle attitudini e delle propensioni ad alcune malattie più che ad altre.

Sarebbe così anche per le infezioni. Uno studio dell’Università del Queensland pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology afferma che la creazione e il funzionamento degli anticorpi – le molecole che si occupano della protezione dell’organismo dalle infezioni – sono fortemente influenzati dal corredo genetico che ci portiamo dietro.

Gli scienziati australiani hanno analizzato campioni di sangue provenienti da 1835 gemelli e migliaia di loro fratelli. I partecipanti provenivano dal Brisbane Adolescent Twin Sample, un ampio studio sui gemelli.

John Miles, autore dello studio, e il suo team hanno esaminato la risposta immunitaria a 6 virus umani comuni, fra cui herpes virus, parvovirus, herpesvirus 4 e virus Coxsackie.

Malattia di Huntington, Dna modificato per fermarla

Anche una molecola sperimentale sembra essere efficace

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Alla base dell’insorgenza della malattia di Huntington c’è la produzione della proteina huntingtina. Un team di ricercatori della University of Central Florida ha studiato il modo di fermarne la produzione attraverso l’innesto di frammenti di Dna modificati.

Su modello murino, i danni alla funzione cerebrali sono regrediti, come spiega Amber Southwell, ricercatrice principale dello studio pubblicato su Science Translational Medicine: “Per la prima volta abbiamo dimostrato che eliminando la proteina huntingtina mutata, i cambiamenti psichiatrici e dell’umore potrebbero tornare alla normalità”.

L’effetto è stato assicurato dall’iniezione nel liquido cerebrospinale di Aso, gli oligonucleotidi antisenso, cioè pezzi di Dna modificati.

Il morbo di Alzheimer si fa in 6

Differenze rispetto a sintomi e caratteristiche biologiche

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Non esiste un solo morbo di Alzheimer, ma almeno 6. È la conclusione di uno studio della Washington University pubblicato su Molecular Psichiatry, secondo cui i sintomi e le caratteristiche biologiche possono variare a seconda del soggetto.

I ricercatori hanno analizzato 4050 persone affette da Alzheimer dividendole in 6 gruppi in base alle loro funzioni cognitive al momento della diagnosi. I soggetti hanno ricevuto un punteggio in 4 settori diversi: memoria, funzioni esecutive, linguaggio e funzioni visuospaziali.

Il gruppo più numeroso (39%) ha ottenuto punteggi simili in tutte le categorie, mentre il secondo (27%) mostrava un punteggio sulla memoria più basso rispetto agli altri. Nei gruppi più piccoli si registravano punteggi più bassi per altri parametri, mentre nel 3% dei casi erano due i settori a risultare peggiori.

Depressione invernale, scoperto il gene responsabile

La depressione stagionale si manifesta durante i mesi freddi

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Il freddo porta con sé anche un maggior rischio di depressione. Si tratta della depressione stagionale, una particolare forma del disturbo che si manifesta con l’arrivo dei mesi freddi.

Uno studio pubblicato su Translational Psychiatry da James Bennett Potash del Johns Hopkins Medicine ha studiato l’intero genoma di 1.380 soggetti affetti da disturbo depressivo invernale, confrontandolo con il Dna di 2.937 persone privi di disturbi.

In tal modo, hanno individuato il gene ZBTB20, che svolge un ruolo nei ritmi circadiani come strumento di adattamento alla riduzione delle ore di luce in inverno. Un suo malfunzionamento espone l’organismo a una maggiore difficoltà ad accettare l’arrivo dell’inverno e la mancanza della luce.

Del resto, una tristezza eccessiva e una depressione crescente in autunno-inverno possono essere una vera e propria malattia.

Figli di due mamme

Ricercatori fanno nascere topi con Dna di due donne

Fra qualche decina di anni è probabile che gli uomini non serviranno più per la riproduzione. Una storica ricerca dell’Accademia Cinese delle Scienze di Pechino, pubblicata su Cell Stem Cell, ha fatto nascere per la prima volta dei topolini sani sfruttando esclusivamente Dna femminile.

I topi sono cresciuti e a loro volta hanno avuto figli sani e fecondi. Gli scienziati, guidati da Qi Zhou, hanno eliminato sequenze chiave del Dna da cellule staminali embrionali (aploidi) prelevate da topi femmina, fondendole poi con una cellula uovo per fecondarle.

Per farlo, gli scienziati hanno dovuto mettere mano a complesse tecniche di editing genetico, affinché in pratica le cellule riuscissero a mimare il comportamento degli spermatozoi.

Impotenza, questione di Dna

Area del genoma associata all’aumento del rischio del disturbo

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Essere impotenti potrebbe avere a che fare con il proprio destino genetico. A rivelarlo è uno studio pubblicato su Pnas da un team del Kaiser Permanente, secondo cui esiste un’area del genoma associata a un aumento del rischio di sviluppare disfunzione erettile.

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La malattia è legata a una serie di cause di natura vascolare, psicologica e ormonale, ma in alcuni casi gli uomini sottoposti alle terapie standard volte a rimuovere gli ostacoli riconosciuti non sembrano beneficiare degli interventi messi in atto.

Lo studio segnala il fatto che in almeno un terzo dei casi la motivazione va ricercata nei geni, e nello specifico nell’area vicina al gene Sim1.

È la prova a lungo ricercata che esiste una componente genetica della malattia, afferma l’autore principale dello studio, Eric Jorgenson, della divisione di ricerca Kaiser Permanente Northern California.

Ipertensione e Dna, oltre 1000 i geni coinvolti

Ricerca basata sui dati di un milione di individui

Le regioni del Dna coinvolte nei meccanismi di insorgenza dell’ipertensione sono oltre 1000. Lo ha scoperto una ricerca pubblicata su Nature Genetics da un team dell’Imperial College di Londra e della Queen Mary University. Stando ai dati, almeno un terzo dei casi di ipertensione sarebbe trasmesso per via genetica.

“Grazie a queste nuove informazioni potremo calcolare in futuro il fattore di rischio ipertensione per il singolo individuo”, ha spiegato uno degli autori, Mark Caulfield. “In questo modo, i medici potranno disegnare interventi terapeutici su misura, come perdita di peso, riduzione del consumo di alcol o maggiore attività fisica. Con effetti positivi anche sui bilanci dei sistemi sanitari nazionali”.