L’Rna si trasforma in Dna. Possibile scoperta del secolo

Variante della polimerasi sembra in grado di portare a termine la conversione

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L’Rna può trasformarsi in Dna nel nostro corpo? I libri di biologia ci dicono di no, ma uno studio dell’Università Thomas Jefferson di Philadelphia firmato da Gurushankar Chandramouly sembra poter spazzare via questo assunto fondamentale della biologia molecolare.
«Si tratta di una scoperta che se confermata – commenta all’Ansa il genetista Edoardo Boncinelli – ha un grande impatto sia a livello teorico che pratico. Dagli anni ’50 sapevamo infatti che le informazioni biologiche nelle cellule umane si trasferissero dal Dna all’Rna per poi arrivare alla produzione di proteine. Un meccanismo talmente importante e inconfutabile da essere considerato il “Dogma della biologia”. Negli ultimi anni questa certezza aveva iniziato a vacillare ma ora questo studio sembra, va sottolineato che serviranno altri approfondimenti, demolirlo completamente».
I ricercatori americani hanno analizzato il …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | Rna, Dna, polimerasi,

AstraZeneca e Johnson, ecco la causa dei trombi

Il problema potrebbe essere risolto aggiornando i vaccini

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La ragione della comparsa dei seppur rarissimi casi di trombosi nei pazienti vaccinati con AstraZeneca e Johnson&Johnson sarebbe da ricercare nei vettori di adenovirus utilizzati per la messa a punto dei due prodotti.

Lo ipotizza un nuovo studio dell’Università Goethe di Francoforte diretto da Rolf Marschalek, il quale sostiene che il punto critico sia il momento dell’ingresso dell’adenovirus nel nucleo della cellula. Dopo aver infettato la cellula e aver trasportato il proprio Dna adenovirale all’interno del nucleo, si verifica la trascrizione genica.

Secondo il team tedesco, una volta all’interno del nucleo cellulare alcune parti della proteina spike si uniscono o si dividono, creando versioni mutanti, che non sono in grado di legarsi alla membrana cellulare dove avviene l’immunizzazione.

I biocomputer a Dna

Preziosi per calcolare la giusta dose di farmaci da somministrare

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La medicina personalizzata passa anche attraverso l’utilizzo di biocomputer a Dna, macchinari sofisticati che si servono di sequenze di informazioni genetiche al posto di bit e transistor.

L’Università di Eindhoven ha realizzato il primo computer a Dna in grado di valutare i livelli di anticorpi presenti nel sangue allo scopo di regolare il rilascio dei farmaci in maniera intelligente.

Il biocomputer a Dna, descritto su Nature Communications, potrebbe essere utilizzato per quantificare la dose esatta di farmaci da somministrare avendo come obiettivo la riduzione dei costi e degli effetti collaterali. Aspetto particolarmente utile in casi come l’artrite reumatoide o il morbo di Crohn.

Il nuovo strumento dell’ateneo olandese reagisce alla presenza degli anticorpi, mentre quelli precedenti utilizzavano come input solo molecole di Dna o Rna.

Cure personalizzate per le sindromi mielodisplastiche

Mappatura dei difetti molecolari grazie al sequenziamento del Dna

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Le sindromi mielodisplastiche sono sempre più curabili grazie alle analisi genetiche.

Si è appena concluso il censimento, relativo all’ultimo dato annuale disponibile, dei pazienti affetti da Sindromi Mielodisplastiche (MDS) all’interno del quale sono state identificate persone, diagnosticate e curate, negli oltre 70 Centri FISIM dislocati su tutto il territorio nazionale, per fornire una vera e propria fotografia di questa popolazione di pazienti, definendone le caratteristiche cliniche ed epidemiologiche.

L’Associazione Italiana Pazienti Sindrome Mielodisplastica (AIPaSIM) insieme alla Fondazione Italiana Sindromi Mielodisplastiche (FISIM) ha deciso di realizzare e pubblicare un importante aggiornamento del Registro di Patologia, creato dalla FISIM nel 2011.

Leucemia mieloide acuta, efficace azacitidina

Migliorata la sopravvivenza globale

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Il farmaco azacitidina ha mostrato efficacia come terapia di mantenimento in pazienti affetti da leucemia mieloide acuta in remissione dopo la chemioterapia, prolungando il periodo di remissione della malattia e migliorando la sopravvivenza globale.

I risultati emergono da uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine e firmato da Gail Roboz della Weill Cornell Medicine e del NewYork-Presbyterian/Weill Cornell Medical Center, che spiega:

«Pensiamo che azacitidina agisca principalmente come un farmaco “ipometilante”, che rimuove i gruppi metilici dal Dna nelle cellule. I gruppi metilici regolano l’attività genica, di solito silenziando i geni vicini, e crediamo che la rimozione dei gruppi metilici ripristini l’attività dei geni oncosoppressori che contrastano la proliferazione delle cellule cancerose».

Neoplasie cerebrali, biopsia del liquido spinale

Nuovo metodo di sequenziamento del Dna per il monitoraggio

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Grazie a un nuovo metodo di sequenziamento del Dna è possibile eseguire una sorta di biopsia del liquido spinale, che sarebbe fondamentale per lo screening delle neoplasie cerebrali infantili.

A evidenziarlo è uno studio pubblicato su Clinical Cancer Research da Carl Koschmann e dai suoi colleghi dell’Università del Michigan. I ricercatori hanno utilizzato la tecnologia di sequenziamento del Dna attraverso i nanopori, che registra le variazioni di corrente elettrica generate dal passaggio di molecole biologiche attraverso i minuscoli fori in una superficie di raccolta.

A valori diversi corrispondono lettere diverse del codice genetico, il che permette il sequenziamento del materiale genetico presente nel campione.
12 pazienti affetti da gliomi a elevata malignità hanno costituito il campione oggetto di studio.

Covid-19, il ruolo del Dna nelle forme gravi

In molti casi la risposta individuale dipende dai geni

Se nella maggior parte dei casi le forme gravi di Covid-19 colpiscono soggetti anziani e/o con malattie pregresse e quindi un sistema immunitario indebolito, è anche vero che soggetti giovani e sani possono incorrere in gravi problemi e in alcuni casi morire.

I ricercatori hanno cercato di capirne il perché, scoprendo che almeno il 15% delle forme gravi della malattia dipendono dal corredo genetico del paziente.

È il risultato di una ricerca internazionale condotta da Jean-Laurent Casanova della Rockefeller University e dal Consorzio Internazionale di Genetica CovidHge (Covid Human Genetic Effort). Alla ricerca, pubblicata in due articoli su Science, hanno partecipato il Laboratorio di Genetica Medica dell’Università di Roma Tor Vergata diretto da Giuseppe Novelli, l’Istituto San Raffaele di Milano e l’Ospedale Bambino Gesù di Roma.

Gli alimenti industriali fanno invecchiare

Nesso fra consumo di cibi processati e invecchiamento biologico

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È bene dedicare il giusto tempo alla preparazione dei nostri pasti. Il rischio in caso contrario è di consumare troppi alimenti processati, che secondo un recente studio stimolerebbero l’invecchiamento biologico.

La ricerca, apparsa sull’American Journal of Clinical Nutrition, sottolinea come il consumo di oltre 3 porzioni al giorno di cibo ultra-elaborato, ricco di zuccheri, sale, grassi saturi, additivi, conservanti ecc. sia associato a una probabilità doppia di mostrare telomeri più corti.

I telomeri, come noto, sono strutture del Dna localizzate all’estremità dei cromosomi, dei quali hanno il compito di conservare l’integrità. Con l’invecchiamento cellulare anche le capacità dei telomeri si riducono, alimentando in tal modo il processo. Per questo motivo, la loro lunghezza è un parametro utile per capire l’età biologica di un soggetto.

La grammatica del Dna

Studio italiano indaga le regole che governano la forma del DNA nello spazio

La struttura tridimensionale del DNA è determinata da una serie di regole spaziali basate sulla presenza di particolari sequenze proteiche e sul loro ordine.

È il risultato di uno studio recentemente pubblicato su Genome Biology da Luca Nanni, dottorando in Computer Science and Engineering al Politecnico di Milano, congiuntamente ai Professori Stefano Ceri dello stesso Ateneo e Colin Logie dell’Università di Nijmegen.

“La maggior innovazione portata dal nostro studio risiede nell’aver per la prima volta identificato delle precise regole di disposizione di alcune particolari proteine chiamate CTCF. La bellezza e la semplicità della grammatica di CTCF ci dimostrano come la natura e l’evoluzione producano regolarità e sistemi incredibilmente ingegnosi e funzionali” spiega Luca Nanni, primo autore dello studio.

Covid-19, il Sud protetto dal Dna?

Ipotesi di un team di ricercatori italiani per spiegare le differenze

Due geni maggiormente diffusi fra i cittadini del Nord sarebbero la chiave per comprendere le grandi differenze in termini di contagi e decessi fra la parte settentrionale del paese e quella meridionale.

Ad avanzare l’ipotesi è un team guidato dal prof. Antonio Giordano, che ha pubblicato sull’International Journal of Molecular Sciences un’analisi sull’argomento. Giordano, fondatore e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della Temple University di Filadelfia e professore di Patologia all’Università di Siena, afferma che i due geni “potrebbero conferire maggiore suscettibilità all’infezione e differiscono per distribuzione nelle popolazioni delle varie regioni, con un sensibile divario Nord-Sud”. I due geni, infatti, sono più diffusi al Nord che al Sud.