Rifamicina per la sindrome dell’intestino irritabile

Indicata nei pazienti con diarrea predominante

Colite_7562.jpg

Completata con successo la fase II di sperimentazione su rifamicina, farmaco sviluppato da Cosmo Pharmaceuticals.
Studiata per rimediare agli effetti debilitanti dell’IBS-D, Rifamycin SV-MMX viene fornita a una dose di 600 mg e con diverse caratteristiche di rilascio in Aemcolo. Aemcolo è approvato per la diarrea dei viaggiatori causata da ceppi non invasivi di Escherichia coli (E. coli) negli adulti.
Cosmo ha riferito che i risultati dello studio POC di Fase II mostrano il raggiungimento della significatività statistica in tutte le popolazioni oggetto dello studio (ITT, FAS, m-FAS e PP) per l’endpoint primario composito (riduzione sostanziale del dolore e della diarrea) [OR 3,26 (1,39 – 7,67); valore-p 0,0066] e per la maggior parte degli endpoint secondari, come un adeguato sollievo dei sintomi legati all’IBS [OR 2,18 (1,12 – 4,26) ]; valore-p 0,0227] e gonfiore correlato all’IBS …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | rifamicina, intestino, diarrea,

Nuovo farmaco contro l’emicrania

Positivi gli effetti di lasmitidan

Dossier_2990.jpg

Per il trattamento acuto dell’emicrania, la Fda americana ha approvato il farmaco lasmitidan. Lo studio di fase III dimostra l’efficacia della molecola: i pazienti trattati con lasmitidan beneficiano di una liberazione dal dolore entro 2 ore molto superiore a quella sperimentata dai pazienti trattati con placebo.
La ricerca, firmata dagli scienziati del Charité Universitätsmedizin di Berlino e dell’Università di Navarra, è stata pubblicata sulla rivista scientifica Therapeutic Advances in Neurological Disorders.
Lasmitidan sembra in grado di eliminare anche il sintomo più fastidioso dell’emicrania, ovvero la fotofobia, la sensibilità degli occhi alla luce.
La terapia è particolarmente promettente per quei pazienti che mostrano fattori di rischio cardiovascolare, controindicazioni e possibile ipersensibilità ai triptani.
Il farmaco potrebbe essere prescritto per la prevenzione …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | emicrania, farmaco, lasmitidan,

Gli effetti a breve e lungo termine di Covid-19

Dolore, alterazione del sonno, ansia, paura

Varie_2459.jpg

Una delle preoccupanti considerazioni derivate dalla pandemia da SARS-COV-2 è stata che il virus non aggredisce solo i polmoni con una polmonite interstiziale che lesiona seriamente gli alveoli e trombizza i piccoli vasi conducendo a una insufficienza respiratoria talora mortale, ma attacca tutti gli organi causando alcuni deficit che probabilmente permangono a lungo e con conseguenze importanti.

Recentemente una pubblicazione della Rockfeller University riporta l’individuazione dei pazienti “long-haulers”, cioè persone che dopo una infezione iniziale spesso moderata e curata a domicilio, non riescono a guarire e rimangono incapacitati perché non respirano adeguatamente e presentano una serie di altri sintomi cronici come costanti dolori al petto e al cuore, sintomi intestinali, mal di testa, incapacità a concentrarsi, perdita di memoria, tachicardia.

Dolore post-Covid, meglio fare una risonanza

Possibili danni ai tronchi nervosi

Varie_1369.jpg

La presenza di dolore o debolezza dopo un’infezione da Sars-CoV-2 potrebbe rendere necessaria una risonanza magnetica.

Lo dice uno studio pubblicato su Radiology da un team della Northwestern University Feinberg School of Medicine guidato da Swati Deshmukh, secondo cui è possibile la presenza di danni ai tronchi che potrebbero emergere grazie alle tecniche di imaging.

Spiega Deshmukh: «La comparsa di parestesie alle dita potrebbe dipendere da problemi al collo, al gomito o al polso, e il modo migliore per capirlo è con una risonanza magnetica o un’ecografia».

Le tecniche di imaging attuali riescono ad analizzare anche i nervi più piccoli, consentendo ai medici di individuare il danno e a considerarne l’eventuale gravità.

Un batterio rende irritabile l’intestino

La sindrome sarebbe scatenata dal batterio Brachyspira

Varie_14396.jpg

Se l’Helicobacter pylori colpisce lo stomaco causando anche l’ulcera, un altro batterio sarebbe responsabile dell’intestino irritabile, il Brachyspira. A scoprirlo è uno studio pubblicato su Gut da un team dell’Università di Göteborg.

Il microrganismo è normalmente assente dall’intestino delle persone sane, mentre analisi di laboratorio ne hanno trovato spesso traccia in caso di sindrome dell’intestino irritabile, una condizione che riguarda fino a un adulto su 10.

La sindrome si manifesta con diversi livelli di gravità, causando dolore addominale, diarrea o costipazione.

A differenza della maggior parte dei batteri intestinali, Brachyspira è a diretto contatto con le cellule della parete dell’intestino, spiega l’autore principale del lavoro Karolina Sjöberg Jabbar. Sono rimasta immensamente sorpresa quando ho ritrovato Brachyspira in un numero crescente di pazienti.

Covid e sindrome infiammatoria multisistemica

Possibile anche fra gli adulti

Varie_2552.jpg

Sebbene siano fra i soggetti meno colpiti dalle forme gravi di Covid-19, i bambini possono sperimentare in alcuni casi una sindrome infiammatoria multisistemica (Multisystem Inflammatory Syndrome in Children – MIS-C), che nei primi tempi della pandemia è stata scambiata per la sindrome di Kawasaki.

Ora, però, il Rapporto settimanale su Morbilità e Mortalità pubblicato negli Stati Uniti dai Centri di Prevenzione delle Malattie (CDC) rivela che la stessa condizione può essere sviluppata anche in età adulta.

Il rapporto ha esaminato 27 casi di persone colpite da Covid-19 che hanno mostrato gravi sintomi cardiovascolari, neurologici, gastrointestinali e dermatologici. Inoltre, spesso i pazienti non presentavano né tosse né problemi respiratori.

Endometriosi, efficace nuovo integratore

L’antinfiammatorio riduce i principali sintomi della malattia

Varie_2209.jpg

Nuove frontiere per il contrasto all’endometriosi. Le donne colpite dalla patologia, 3 milioni circa in Italia ma la cifra è sottostimata, hanno oggi a disposizione un’arma in più per combattere il dolore.

Un nuovo integratore, messo a punto dalla Fondazione italiana endometriosi, leader nella ricerca sulla malattia, garantisce un’azione antinfiammatoria potenziata, permettendo di abbattere i principali sintomi della malattia: infiammazione, crampi, pancia gonfia e stanchezza cronica.

Se infatti una dieta equilibrata contribuisce alla riduzione dei dolori pelvici, con l’assunzione del più recente integratore, associato a una corretta alimentazione, il dolore può scomparire, restituendo una buona qualità della vita sul fronte lavorativo, familiare e sociale.

Nel midollo spinale la chiave per il dolore da bruciatura

Lo studio potrà avere importanti effetti nella terapia del dolore

Varie_8718.jpg

Un team composto da ricercatori italiani e canadesi ha scoperto un meccanismo nel midollo spinale che dimostra come il dolore di tipo termico tende a perdurare e amplificarsi di più rispetto al dolore di tipo meccanico.

Questo diverso comportamento dipende da un trasportatore del cloro, il KCC2, che condiziona la capacità dei neuroni centrali di inibire i diversi tipi di stimoli dolorifici. La scoperta è contenuta in un articolo pubblicato sulla rivista Nature Communications.

Lo studio nasce da una collaborazione ormai decennale tra il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino e il laboratorio del Prof. Yves De Koninck del Centro di Ricerca CERVO, presso l’Université Laval (Québec). Primo autore dell’articolo è Francesco Ferrini, docente del Dipartimento di Scienze Veterinarie di UniTo.

La sindrome da conflitto sub acromiale

Una delle ragioni più frequenti di dolore alla spalla

Varie_8439.jpg

Il coronavirus si è preso la scena da qualche mese a questa parte, ma le altre malattie e condizioni continuano a esistere e a richiedere interventi.

Giacomo Rizzello, responsabile dell’Uos di Traumatologia dell’Università Campus Bio-medico di Roma, spiega una delle più frequenti cause di dolore alla spalla, la sindrome da conflitto sub acromiale.

Consiste nella compressione della struttura costituita dai tendini, della struttura della cuffia dei rotatori e dall’apparato muscolo tendineo della cuffia dei rotatori nonché dalla borsa tra le due strutture ossee.

Dal punto di vista eziopatogenetico differisce in due classi ovvero il conflitto primario e quello secondario. Nel primo caso parliamo di cause estrinseche al tendine e funzionali ovvero che portano a un restringimento dello spazio dove dovrebbe scorrere il tendine.

#Nopainnogain e il falso mito del dimagrire soffrendo

#Nopainnogain è il motto dei #fitnessaddicted su quasi tutti i social. E’ di qualche mese fa un video, diventato virale, ad oggi rimosso di una fitness model devastata dal dolore per gli estenuanti allenamenti. In lacrime, stenta ad eseguire l’ultima serie alla leg press.

Questa è solo uno dei tanti esempi di video che alimentano il falso mito che bisogna sottoporsi ad estenuanti e lunghissime sessioni in palestra per raggiungere i propri obiettivi fitness. La psicologia dietro al falso mito del #nopainnogain, è quella dell’imitazione: se la fitness model che segui su instagram ha un fisico perfetto ed esegue allenamenti lunghi ed estenuanti allora anche io dovrò fare la stessa identica cosa per ottenere gli stessi risultati. 

La scienza smentisce il falso mito #nopainnogain

Magari fosse tutto così semplice. In realtà è proprio la scienza a smentire tutto ciò: il solo allenamento, e per giunta di quelli al limite dello svenimento per il dolore, non serve a raggiungere l’obiettivo. 

Secondo uno studio del 2001, sembra che l’equazione duro allenamento uguale perdita di peso in eccesso non sia così scontata. 

Lo studio aveva come obiettivo quello di individuare la relazione tra quantità di energia spesa durante l’allenamento ed effettiva perdita di peso e grasso viscerale nei soggetti sottoposti allo studio. Il risultato ha sottolineato come  la perdita di peso nel lungo termine fosse inferiore rispetto alle aspettative e comunque non collegabile al dispendio energetico effettivo durante l’allenamento.

In parole povere chi si allena di più non è necessariamente chi perde più peso in eccesso o dimagrisce. 

Studi sullo stille di vita a supporto della teoria scientifica 

In questo senso vale la pena di citare uno studio compiuto da un antropologo americano, su una delle ultime tribù cacciatrici dell’Africa. 

La ricerca dimostrava che la ragione dell’aumento generale del peso dell’uomo negli ultimi 50 anni, fosse da ricollegarsi direttamente allo stile di vita sedentario, diverso da quello iper attivo della tribù in oggetto.

Il risultato della ricerca fu a dir poco sorprendente: la tribù di cacciatori non aveva consumato più energia di quanto non facessero i sedentari occidentali, bruciando di fatto la stessa quantità giornaliera di calorie dell’americano o europeo medio. 

I fattori di incidenza sul risultato furono diversi tra cui il fatto che il consumo calorico avesse una qualche capacità di evolversi ed adattarsi indipendentemente dallo stile di vita. 

Tuttavia la differenza più evidente, rilevata dagli stessi ricercatori, riguardava il modo di gestire l’alimentazione: semplicemente la tribù di cacciatori non mangiava quantità eccessive di cibo.

In conclusione, le evidenze che la scienza ci sottopone non ci suggeriscono di saltare completamente l’allenamento (determinante nella fase di mantenimento del peso), ma quando si tratta di dimagrire non si può aggirare il fattore “cattiva alimentazione”.