Covid-19, ecco come abbattere la mortalità

Studio italiano scoprono come salvare la metà dei pazienti gravi

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Uno studio italiano, pubblicato su Lancet Respiratory Medicine dai ricercatori del Sant’Orsola di Bologna, descrive il meccanismo responsabile della elevata mortalità in Terapia Intensiva dei pazienti con COVID-19.

Due semplici esami identificano questa condizione la cui diagnosi precoce, assieme al supporto del massimo delle cure possibili in terapia intensiva, può portare un calo della mortalità fino al 50%.

Lo studio dimostra che il virus può danneggiare entrambe le componenti del polmone: gli alveoli (le unità del polmone che prendono l’ossigeno e cedono l’anidride carbonica) e i capillari (i vasi sanguigni dove avviene lo scambio tra anidride carbonica e ossigeno). Quando il virus danneggia sia gli alveoli che i capillari polmonari muore quasi il 60% dei pazienti.

Un regalo tardivo del coronavirus, la stanchezza cronica

La miastenia gravis può protrarsi per mesi

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Uno studio italiano pubblicato su Annals of Internal Medicine segnala la possibilità che insorga, nei pazienti reduci dall’infezione da nuovo coronavirus, la miastenia gravis, una rara ma pesante complicanza neurologica.

Lo studio, firmato da Diego Centonze dell’Irccs Neuromed di Pozzilli, Domenico Restivo dell’Ospedale Garibaldi di Catania, Rosario Marchese-Ragona dell’Università di Padova e Alessandro Alesina dell’Università di Catania, illustra i primi 3 casi in letteratura della condizione che causa debolezza muscolare e affaticamento.

Dopo l’infezione, i 3 hanno cominciato ad avvertire sintomi di debolezza muscolare e disturbi nel movimento degli occhi.

Scoperta la ragione di cisti e tumori renali

Grazie allo studio di una rara malattia genetica

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Presso l’Istituto Telethon di Genetica e Medicina (Tigem) di Pozzuoli il team di Andrea Ballabio ha descritto sulle pagine di Nature come il meccanismo responsabile di una rara malattia genetica offra una chiave per la comprensione di un meccanismo che porta alla formazione di cisti e tumori a carico di particolari organi, primo fra tutti il rene.

Sostenuto da Fondazione Telethon, da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e dalla Regione Campania, lo studio ha visto la partecipazione dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) e dell’Istituto di biologia cellulare dell’Università di Innsbruck.

Stress da coronavirus, come scongiurarlo

Rischio burnout per 1 adulto su 5

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Stress, nervosismo e ansia per un possibile ritorno al lockdown continuano a essere sentimenti dilaganti tra milioni di persone in tutto il mondo.

Basti pensare che secondo un’indagine condotta dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi il 62% degli italiani ha dichiarato di aver bisogno di un supporto psicologico per affrontare il ritorno alla normalità.

Scenario negativo condiviso anche all’estero, soprattutto in Inghilterra, dove secondo una ricerca di Healthspan pubblicata sul portale Mirror il livello di stress della popolazione è aumentato del 50% dall’inizio della pandemia e addirittura un adulto su 5 ha sperimentato la “sindrome da burnout”.

Epatite C, l’approccio migliore per superarla

Screening mirato e terapie specifiche per eradicare l’infezione

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Lo screening dell’epatite C mirato a quei gruppi di popolazione, dove, conoscendo la storia naturale della malattia, si presume ci sia la maggior parte delle infezioni non diagnosticate, si rivela, sulla base di modelli matematici, la strategia migliore per l’Italia sotto il profilo costo-efficacia.

Testare cioè in modo sistematico, le key population (tossicodipendenti, carcerati, migranti provenienti da Paesi a rischio, omosessuali, sex workers ecc.) e, con una strategia graduata, indipendentemente dai fattori di rischio, le coorti di nascita nella popolazione generale comprese tra gli anni 1948-1987, dove si colloca la maggior parte degli individui con infezione non nota, porterà a far emergere il “sommerso”, avviarlo alle cure e raggiungere gli obiettivi dell’OMS per l’eliminazione dell’HCV entro il 2030, con un beneficio a lungo termine sia di salute che economico per il nostro SSN.

Covid-19, niente danni permanenti alla vista

Neanche al microcircolo sanguigno secondo uno studio

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Una buona notizia per chi è guarito da Covid 19. La malattia non lascia danni a livello del microcircolo sanguigno, elemento sotto osservazione dei ricercatori per il coinvolgimento del virus in fenomeni di microtrombi. E non ha strascichi neanche sulla vista.

A confermarlo il professor Stanislao Rizzo, ordinario di Oftalmologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’UOC di Oculistica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, che anticipa il risultato emerso dai dati preliminari, raccolti sui pazienti guariti nell’Ambulatorio post Covid del Gemelli, diretto dal professor Francesco Landi – direttore dell’UOC di Riabilitazione geriatrica del Gemelli e docente di Medicina interna e geriatria all’Università Cattolica – dove le persone che hanno superato la malattia vengono sottoposti a un check up multidisciplinare completo.

La sindrome da conflitto sub acromiale

Una delle ragioni più frequenti di dolore alla spalla

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Il coronavirus si è preso la scena da qualche mese a questa parte, ma le altre malattie e condizioni continuano a esistere e a richiedere interventi.

Giacomo Rizzello, responsabile dell’Uos di Traumatologia dell’Università Campus Bio-medico di Roma, spiega una delle più frequenti cause di dolore alla spalla, la sindrome da conflitto sub acromiale.

Consiste nella compressione della struttura costituita dai tendini, della struttura della cuffia dei rotatori e dall’apparato muscolo tendineo della cuffia dei rotatori nonché dalla borsa tra le due strutture ossee.

Dal punto di vista eziopatogenetico differisce in due classi ovvero il conflitto primario e quello secondario. Nel primo caso parliamo di cause estrinseche al tendine e funzionali ovvero che portano a un restringimento dello spazio dove dovrebbe scorrere il tendine.

Il parassita che elimina la malaria

Microsporidia MB rende immuni al Plasmodium

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Possibile svolta nella lotta alla malaria. Uno studio apparso su Nature Communications segnala l’esistenza di un parassita – Microsporidia MB – in grado di rendere le zanzare immuni al Plasmodium, l’altro parassita che causa la malaria nell’uomo.

La scoperta è di ricercatori dell’International Centre of Insect Physiology and Ecology di Nairobi, e se confermata potrebbe davvero rivoluzionare l’approccio alla malattia. In prospettiva si potrebbe eliminare direttamente il Plasmodium nel suo vettore naturale, prima che infetti l’uomo.

Il Plasmodium viene iniettato dalle zanzare nell’organismo umano, dove matura e produce gameti. Questi, una volta risucchiati dalla puntura di una nuova zanzara, ricominciano il ciclo di riproduzione infettando un altro ospite umano. Ne consegue che la malaria non ha possibilità di diffondersi senza il tramite delle zanzare.

Coronavirus, uffici a rischio nella fase II

I flussi d’aria pericolosi per il possibile contagio

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Il primo timido tentativo di ritornare alla normalità potrebbe scontrarsi a breve con le difficoltà imposte dalle caratteristiche intrinseche del coronavirus.

Uno studio del Korea Centers for Disease Control and Prevention (KCDC) rivela che l’aria all’interno degli uffici dove per tante ore rimangono gli impiegati costituisce serio motivo di preoccupazione. Gli esperti del KCDC pubblicheranno a breve uno studio sul caso di un call center situato in un edificio di Seul.

L’articolo mostra l’evoluzione di un focolaio scoppiato nel call center fra il settimo e l’undicesimo piano di un palazzo di 19 piani complessivi. L’8 marzo viene scoperto il primo caso di positività a Sars-Cov-2, il giorno dopo gli uffici vengono chiusi e partono le indagini epidemiologiche allo scopo di spezzare la catena di contagio.

Covid-19, ecco chi rischia di più nella fase 2

Studio identifica la popolazione da proteggere

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Due mesi in prima linea nei reparti e nelle terapie intensive Covid-19 dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – dove sono stati seguiti circa 1000 pazienti – hanno permesso a medici e ricercatori di identificare i soggetti a maggior rischio di sviluppare le forme più aggressive della malattia.

Evidenze scientifiche che suggeriscono la necessità di uno stretto coordinamento tra la medicina del territorio e gli ospedali ad alta specializzazione per guidare la riapertura del paese in sicurezza durante la fase II.

Nelle prime settimane del capitolo italiano della pandemia, i medici e i ricercatori del San Raffaele hanno avviato un maxi studio clinico osservazionale per capire di più della malattia e dei soggetti colpiti più gravemente.