Sesso e Covid, il vademecum per l’intimità di coppia

I consigli della Società Italiana di Contraccezione per la Fase 2

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Da lunedì è iniziata la Fase 2 dell’emergenza sanitaria: maggiore libertà di movimento all’interno del perimetro regionale per far visita a genitori e congiunti, così come sarà più semplice incontrare la persona amata, non convivente, dopo mesi di lockdown.

Ma come riscoprire l’intimità in questo periodo evitando comportamenti che potrebbero mettere a rischio la propria salute e quella del partner? Dagli esperti della Società Italiana di Contraccezione (SIC) arrivano alcune raccomandazioni per vivere la sessualità in maniera serena.

Ridurre le distanze fisiche non significa che il rischio di contagio da Covid-19 sia diminuito o scomparso: tutt’altro.

Glaucoma infantile, patologia rara ma insidiosa

I primi segni della malattia visibili già dai genitori

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Il glaucoma infantile, che può presentarsi alla nascita o nei primi anni del bambino, causando danni irreversibili alla vista, è considerato una patologia rara. Può colpire, infatti, 1 neonato su 30.000. Il glaucoma, in alcuni casi, è diagnosticato direttamente dal pediatra, ma generalmente sono i genitori per primi a percepire alcuni sintomi. Di quest’ultimi e della diagnosi ne abbiamo parlato con Luciano Quaranta, direttore delle Clinica oculistica Universitaria-Ospedale San Matteo di Pavia.

Lacrimazione, fotofobia (intolleranza alla luce diretta) e blefarospasmo (chiusura serrata delle palpebre legata al dolore oculare) sono i primi segni di una possibile glaucoma, afferma Luciano Quaranta, e aggiunge che è necessario che il pediatra o l’oculista invii immediatamente il bambino dallo specialista.

Il coronavirus, con gli occhi degli adolescenti

Alzi la mano chi non ha mai gioito, ai tempi delle superiori o delle medie, per un giorno inaspettato di sciopero. Essere a casa un venerdì, un mercoledì, magari persino un giovedì che è sempre in mezzo alla settimana, quella sì che era un’occasione speciale. Ecco, forse all’inizio di questa quarantena forzata gli adolescenti italiani si sono sentiti un po’ euforici per aver saltato la verifica dopo le vacanze di carnevale, per aver più tempo per fare i compiti, per stare con gli amici, per andare in centro o tornare a sciare in montagna. Insomma, il tipico sentimento che prende in un inaspettato giorno di sciopero. Ma poco a poco, il senso di legittima euforia ha lasciato spazio a un senso di sconforto e spaesamento, e gli adolescenti hanno iniziato a riflettere, a pensare, a guardare con occhio critico la situazione. Hanno capito che c’è qualcosa che non va e altrochè se non va. A volte gli adulti cercano soluzioni complesse a problemi complessi, ma dimenticano di guardare la questione “senza filtri” perché sono presi da mille cose, dall’etica, alle convenzioni sociali, agli obblighi e per finire con i valori personali di ognuno. Eppure, a volte, basterebbe chiedere a propri figli cosa ne pensano, per avere una bella visione, magari priva dell’esperienza che si costruisce con gli anni, ma sicuramente ricca di spunti per renderci conto di tutti gli sbagli che stiamo commettendo nella disperata ricerca di rimediare a uno. Con sconforto, rabbia e incredulità, ecco la riflessione di una adolescente ai tempi del COVID-19.

IL SILENZIO DEI BISOGNOSI

Ho sempre letto spesso e volentieri il New York Times fin da quando sono piccola. Mi ha sempre affascinato il pensiero americano e ultimamente sono rimasta abbastanza sconvolta dal fatto che la situazione coronavirus in Italia sia presa molto “alla leggera” dagli stati esteri. Gli unici articoli che ho trovato sul NYT riguardanti la situazione del nostro paese raccontano della chiusura degli stadi e del rischio che il campionato di calcio termini qui. Lo trovo assurdo e ridicolo. Penso che l’Italia faccia parte di un gruppo di stati che è stato di grande aiuto per l’evoluzione e il progresso della nostra società. Molti stati ci stanno “voltando le spalle” pensando solamente ai rischi che la loro economia corre invece di pensare che vi sono persone che stanno morendo e che questo virus continua a diffondersi senza che nessuno stia trovando soluzioni concrete.

Buona sanità o buon utilizzo della sanità?

Fin da piccola facevo avanti-indietro dagli ospedali dove lavorano i miei genitori essendo entrambi medici e in 15 anni non li ho mai visti così vuoti. Le persone hanno paura di uscire di casa e addirittura rinviano gli appuntamenti medici. Stanno un po’ impazzendo tutti  e questo è dovuto all’eccessiva diffusione di informazioni che spesso sono false o mal interpretate. Il fatto che questo sia l’unico argomento che si tratta in tv non rassicura le persone che continuano a diffondere le loro opinioni giuste o sbagliate che siano. Si crea così una situazione di caos e la gente ha paura a farsi aiutare. Pensano sia pericoloso mettere piede fuori casa e si genera una situazione estrema. In questo momento è giusto che si isoli il virus al fine di evitare che si trasformi in una pandemia usando degli accorgimenti igienico-sanitari corretti (ad esempio lavarsi le mani, evitare il contatto con persone infette…), ma il trasformare ciò in una specie di “guerra psicologica” ritengo sia sbagliato. Così come sbagliato è il sovraccaricare gli ospedali di ricoveri impropri che evidenziano gli errori fatti dalla politica. Un esempio di ciò è il taglio alla spesa sanitaria, il ridotto di medici ed infermieri senza un ricambio adeguato che al momento di questa follia determinata dal COVID-19 si è evidenziato. Un altro aspetto sanitario che traggo dai racconti dei miei genitori è l’uso improprio del pronto soccorso in quanto durante il resto dell’anno è sempre intasato mentre durante questo periodo è vuoto. Penso sia abbastanza strano che il nostro sistema sanitario sia soggetto a pressioni durante tutto l’anno per garantire un adeguato funzionamento di questi servizi e che durante periodi in cui vi è un reale bisogno esso non sia sfruttato. In America tutto è privatizzato. In Italia, invece, abbiamo il beneficio di poter usufruire liberamente di consigli/visite mediche che bisogna imparare a sfruttare per fini concreti.


Non “ghettizzateci”

Il nostro stato sta vivendo un periodo di crisi  che probabilmente proseguirà per molto tempo. All’estero ci vedono come persone da “ghettizzare” perché potremmo portare malattie. L’unica differenza che il nostro stato ha rispetto agli altri è il fatto che sono stati effettuati oltre 21 mila tamponi per prevenire o curare questo virus, invece nei paesi esteri ciò non è stato fatto e sembra che ne siamo affetti solo noi. Il fatto che abbiamo controlli superiori rispetto a quello di altri stati sta avendo un impatto negativo soprattutto sull’economia e sul turismo e questi settori ne risentiranno almeno fino ad oltre l’estate. Bisognerebbe che i capi di governo spieghino alle altre nazioni che noi non ci siamo mai tirati indietro quando si trattava di salvare altre vite. Mentre molti stati chiudevano le frontiere noi abbiamo sempre accolto tutti garantendo un supporto economico e delle cure mediche a chi ne necessitasse perciò ora non mi sembra corretto che tutti gli italiani vengano categorizzati come infetti e respinti in molte parti del mondo. Bisognerebbe aiutarsi reciprocamente e condividere tutte le informazioni che si hanno riguardo questo virus per poterlo combattere e porre fine a questa situazione anche se questo è molto difficile che accada perché probabilmente ci sarà sempre qualcuno che si terrà qualcosa per sé per garantirsi il primato di risoluzione di questo problema.

Molto più di un virus 

Un’altra cosa che mi ha lasciato abbastanza allibita è il fatto che noi italiani non abbiamo una reputazione fantastica all’estero dato che ci conoscono per il cibo e per la mafia. Ora non bisogna aggiungere anche il razzismo. Io sono in montagna, ma su Instagram vedo dei video assurdi. Una mia amica è stata insultata sulla metro perché ha gli occhi a mandorla nonostante lei è nata in Italia, vive qui da 17 anni e non è mai stata in Cina. Inoltre questo virus ha una percentuale di decesso del 2-3%  e tutti i casi di morti in Italia riguardano persone che già erano soggette a patologie perciò esso ha solamente peggiorato queste condizioni. La maleducazione e l’inciviltà che si sono manifestati in questi giorni sono solo in grado di generare razzismo e discriminazione nei confronti di persone che non c’entrano nulla.

L’ignoranza è più contagiosa del coronavirus e purtroppo è anche incurabile.

La carie non ha età

Già a 2 anni molti bambini vengono colpiti

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La carie colpisce anche bambini piccolissimi. Il 3% di quelli fino ai 2 anni e il 6% dei bambini fra i 2 e i 3 anni. La percentuale continua a crescere negli anni successivi, arrivando al 15% fra i 5 e i 6 anni. Di chi è la colpa?

Di certo, i genitori sono poco propensi a lavorare sulla salute orale del bambino, spesso sottovalutata nei primi anni perché ritenuta difficile da perseguire e sostanzialmente inutile (“Tanto i denti da latte durano solo qualche anno”, dicono in molti).

Parte della responsabilità è da attribuire però anche ai pediatri, che molto di rado consigliano una visita dal dentista nei primi anni di vita.

Capodanno, come festeggiare in sicurezza

La prudenza è d’obbligo per i prodotti pirotecnici

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Si avvicina il momento di accogliere il nuovo anno e come sempre si fa largo la tradizione dei botti di capodanno. Per conciliare la tradizione con la sicurezza, gli esperti del Bambino Gesù di Roma hanno stilato una serie di consigli, indirizzati in primo luogo ai genitori dei bambini più piccoli.

Vendita. È sempre vietata la vendita ai minori di 14 anni di qualsiasi prodotto pirotecnico (compresi quelli di “libera vendita”) e, in ogni caso, il loro uso da parte di minori di 18 anni è consigliabile che avvenga sotto la supervisione diretta di un adulto.

Anche a chi ha più di 18 anni è raccomandata la massima prudenza nell’impiego di qualsiasi pirotecnico. Chi vende questi prodotti deve essere munito di una licenza, sulla quale è sempre riportato il nome e cognome del titolare, il quale ha l’obbligo di esporla in modo ben visibile.

Babbo Natale esiste davvero?

Come rispondere a questa e ad altre domande scomode

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Il Natale è alle porte e, come ogni anno, i protagonisti delle feste, saranno i bambini.

La loro serenità e felicità è la cosa più importante ma, a un certo punto della loro crescita, persino l’argomento “regali sotto l’albero” può trasformarsi in una nota dolente, in grado di creare dispiaceri. Quando la magia inizia a scomparire e Babbo Natale non è più una certezza, i genitori, ma anche i nonni e gli insegnanti, devono infatti essere pronti ad affrontare l’argomento, affinché la scoperta si trasformi in un dolce ricordo e non in un’amara delusione.

Nel rapportarsi con i bambini, i momenti imbarazzanti e gli argomenti spinosi non si limitano ovviamente solo al mistero di Babbo Natale. Durante tutto l’anno, infatti, altre tematiche da trattare e altri insegnamenti da impartire ai propri figli possono rivelarsi ancora più impegnativi e delicati.

La tecnologia modifica il cervello dei bambini

Alterazioni della sostanza bianca, legata alla sfera cognitiva

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Non è una buona idea piazzare i bambini piccoli davanti a schermi e display. Lo conferma un nuovo studio apparso su Jama Pediatrics e condotto dai ricercatori del Cincinnati Children’s Hospital.

Stando alle conclusioni dello studio, gli schermi di tv, smartphone o tablet inducono modifiche alla sostanza bianca del cervello dei bambini, con conseguenze dirette sulle loro capacità cognitive.

I ricercatori hanno analizzato 47 bambini fra i 3 e i 5 anni, sottoponendoli sia a un test che valutasse le capacità cognitive, sia a una risonanza magnetica per stabilire le condizioni della sostanza bianca, la parte del cervello che assicura il corretto passaggio delle informazioni fra le varie aree dell’organo.

I genitori hanno invece compilato un questionario sulle ore passate dai figli davanti allo schermo e sui contenuti guardati, aspetti entrambi associati a un punteggio.

Autismo, forse coinvolti i solventi

L’esposizione in gravidanza potrebbe aumentarne il rischio

Se una donna in gravidanza è esposta ai solventi sul posto di lavoro è possibile che il rischio di insorgenza dell’autismo nel bambino si alzi.

Lo dice uno studio pubblicato su Occupational & Environmental Medicine:

I nostri risultati si aggiungono a un numero crescente di prove che indicano un potenziale collegamento tra fattori ambientali e lavorativi e lo sviluppo dell’autismo, ma dobbiamo comunque interpretarli con cautela, afferma Erin McCanlies, del National Institute for Occupational Safety and Health di Morgantown, negli Stati Uniti, che ha diretto il gruppo di lavoro.

Caldo, come far bere di più i bambini

Alcuni suggerimenti per educare i bambini a una corretta idratazione

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Oltre 1 bambino su due (61%) non beve abbastanza, è il risultato di uno studio condotto su 305 soggetti di età compresa tra i 6 e i 16 anni.

Un dato allarmante che sottolinea come, ancora oggi, i più piccoli non vengono educati ad una corretta idratazione. L’acqua, in particolar modo durante il periodo estivo, assume un ruolo fondamentale per il benessere e lo sviluppo psico-fisico dell’organismo, che molto spesso i genitori sottovalutano.

In età infantile seguire una corretta idratazione può essere difficile: nei bambini infatti lo stimolo della sete è meno sviluppato rispetto agli adulti e anche quando viene avvertito non garantisce l’assunzione della giusta quantità di acqua.

Le mutazioni genetiche associate all’autismo

Individuate grazie all’intelligenza artificiale

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Nel Dna spazzatura – quello non codificante proteine – i ricercatori della Princeton University hanno scoperto mutazioni genetiche inedite che potrebbero essere alla base dell’autismo.

La scoperta, pubblicata su Nature Genetics, è firmata da Olga Troyanskaya, che spiega: “La ricerca fornisce un quadro di riferimento che potrebbe essere utilizzato anche per scoprire le cause genetiche di altre malattie”.

Lo stesso approccio potrebbe tornare utile per altre malattie per le quali non sono ancora note le cause genetiche di base.

Gli scienziati hanno analizzato l’intero genoma di 1.790 soggetti autistici, dei loro genitori e fratelli non affetti dalla malattia.

Dall’analisi sono emerse le mutazioni genetiche collegate all’autismo in regioni del genoma che non producono proteine, per questo motivo in passato definite “Dna spazzatura”.