Covid, rischio miocardite

Segni di infiammazione miocardica in alcuni pazienti guariti

Superare l’infezione da Sars-CoV-2 potrebbe non essere sufficiente per ritenersi fuori pericolo. Uno studio pubblicato su Jama Cardiology evidenzia il rischio di miocardite in una percentuale di pazienti ricoverati in precedenza per Covid-19.

La ricerca dell’Ospedale universitario di Francoforte realizzata su 100 pazienti segnala che nel 78% dei casi una risonanza magnetica cardiaca ha dimostrato la presenza di segni di infiammazione miocardica associata a un aumento della troponina T.

«Due terzi dei pazienti infettati dal virus erano rimasti a casa, mentre i più gravi erano stati ricoverati in ospedale. Nessuno aveva una storia pregressa di insufficienza cardiaca o cardiomiopatia», spiega la coautrice Valentina Püntmann.

Lupus, efficace daratumumab

Opzione per i pazienti che non rispondono alla terapia standard

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Daratumumab potrebbe rivelarsi efficace anche per i pazienti affetti da lupus eritematoso sistemico. Lo afferma uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine da un team della Charité-Universitätsmedizin Berlin.

«Siamo stati in grado di modulare i processi di memoria immunologica anormali e il trattamento ha indotto risposte cliniche sostenibili, portando a una riduzione dell’infiammazione sistemica», spiega Tobias Alexander, autore senior dello studio, facendo riferimento ai due pazienti trattati con il medicinale in via sperimentale.

Di norma, il lupus viene trattato attraverso una soppressione a lungo termine della risposta immunitaria, ma finora nessun trattamento aveva avuto come obiettivo le plasmacellule mature della memoria, il target di daratumumab.

Covid-19 e cervello

Ripercussioni sulla gestione delle malattie neurologiche

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Il nuovo coronavirus crea danni al cervello. Diversi studi lo sottolineano ormai, ma ciò non sembra dovuto all’ingresso del virus nell’organo, che rimarrebbe inaccessibile.

A confermarlo è uno studio apparso sul New England Journal of Medicine e firmato da un team dei National Institutes of Health statunitensi. La causa dei problemi cerebrali sarebbe dovuta in realtà a una conseguenza indiretta del virus, ovvero la risposta infiammatoria e il danno a livello di vasi sanguigni.

La ricerca si è basata su risonanze magnetiche effettuate su 19 pazienti deceduti fra marzo e luglio e su analisi dei tessuti cerebrali realizzata post-mortem.

Le immagini hanno messo in risalto diversi punti, tra il bulbo olfattivo e il tronco cerebrale, caratterizzati da un’elevata infiammazione e da sanguinamento locale.

Dolore post-Covid, meglio fare una risonanza

Possibili danni ai tronchi nervosi

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La presenza di dolore o debolezza dopo un’infezione da Sars-CoV-2 potrebbe rendere necessaria una risonanza magnetica.

Lo dice uno studio pubblicato su Radiology da un team della Northwestern University Feinberg School of Medicine guidato da Swati Deshmukh, secondo cui è possibile la presenza di danni ai tronchi che potrebbero emergere grazie alle tecniche di imaging.

Spiega Deshmukh: «La comparsa di parestesie alle dita potrebbe dipendere da problemi al collo, al gomito o al polso, e il modo migliore per capirlo è con una risonanza magnetica o un’ecografia».

Le tecniche di imaging attuali riescono ad analizzare anche i nervi più piccoli, consentendo ai medici di individuare il danno e a considerarne l’eventuale gravità.

I danni al cervello causati dal coronavirus

Segnalati anche fenomeni gravi come ictus ed encefaliti

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Ormai è risaputo che Sars-CoV-2, nonostante la predilezione per i polmoni, colpisca anche altri organi, fra cui il cervello. Già alcuni studi nei mesi scorsi avevano segnalato che in una persona su 20 guarita da Covid-19 si manifestavano conseguenze sulle capacità mentali, in particolare perdita di memoria e difficoltà di concentrazione.

Un nuovo studio evidenzia come anche persone che non si ammalano in maniera grave possano andare incontro a problemi di ordine neurologico significativi: ictus, crisi epilettiche, disturbi del movimento, encefaliti.

Lo studio, pubblicato su Neurology Clinical Practice, è firmato da Pria Anand della Boston University School of Medicine. Alla ricerca hanno partecipato 74 pazienti positivi al nuovo coronavirus e curati in un ospedale di Boston.

Esofagite eosinofila, efficace dupilumab

Miglioramenti significativi di segni e sintomi

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Sono stati presentati durante le edizioni virtuali 2020 dell’American College of Gastroenterology (ACG) Annual Scientific Meeting e della United European Gastroenterologia (UEG) week nuovi risultati positivi di uno studio registrativo di fase 3 che valuta l’uso sperimentale di dupilumab in pazienti con esofagite eosinofila (EoE) di età pari o superiore a 12 anni.

Come comunicato già lo sorso maggio, lo studio ha raggiunto gli endpoint co-primari e tutti gli endpoint secondari chiave. I nuovi dati presentati mostrano ulteriori miglioramenti della gravità e dell’estensione della malattia a livello microscopico, nonché la normalizzazione del pattern di espressione genica associato all’infiammazione di tipo 2.

Non ci sono attualmente farmaci approvati dalla FDA per l’EoE, una malattia infiammatoria cronica e progressiva che danneggia l’esofago e ne impedisce il corretto funzionamento.

Asma nei bambini, dupilumab efficace

Ridotti gli attacchi gravi e migliorata la funzione polmonare

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Uno studio registrativo di fase 3 con dupilumab nei bambini di età compresa tra 6 e 11 anni con asma da moderato a grave non controllato ha raggiunto l’endpoint primario e tutti i principali endpoint secondari.

In un’ampia popolazione di pazienti affetti da asma con infiammazione di tipo 2, caratterizzato da livelli aumentati di eosinofili nel sangue e/o di ossido nitrico esalato (FeNO), dupilumab in aggiunta allo standard di cura ha ridotto significativamente gli attacchi di asma (esacerbazioni) e migliorato la funzione polmonare, a partire da due settimane dalla prima dose, rispetto al solo standard di cura.

Più del 90% dei bambini nello studio presentava almeno una comorbidità infiammatoria di tipo 2, tra cui dermatite atopica ed esofagite eosinofila.

Endometriosi, efficace nuovo integratore

L’antinfiammatorio riduce i principali sintomi della malattia

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Nuove frontiere per il contrasto all’endometriosi. Le donne colpite dalla patologia, 3 milioni circa in Italia ma la cifra è sottostimata, hanno oggi a disposizione un’arma in più per combattere il dolore.

Un nuovo integratore, messo a punto dalla Fondazione italiana endometriosi, leader nella ricerca sulla malattia, garantisce un’azione antinfiammatoria potenziata, permettendo di abbattere i principali sintomi della malattia: infiammazione, crampi, pancia gonfia e stanchezza cronica.

Se infatti una dieta equilibrata contribuisce alla riduzione dei dolori pelvici, con l’assunzione del più recente integratore, associato a una corretta alimentazione, il dolore può scomparire, restituendo una buona qualità della vita sul fronte lavorativo, familiare e sociale.

Nuovo farmaco per le infiammazioni polmonari

Buoni i risultati di un medicinale per le bronchiectasie

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Sono incoraggianti i dati sulla sperimentazione di un farmaco per il trattamento delle bronchiectasie, il primo somministrato per bocca, di natura antinfiammatoria e non antibiotica, che potrebbe essere utilizzato anche per altre patologie delle vie respiratorie.

Lo studio in fase 2, pubblicato sulla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine e condotto da un team internazionale di scienziati, apre nuove prospettive per i pazienti colpiti da una malattia spesso invalidante e orfana di un farmaco specifico, come la bronchiectasia. Quest’ultima, infatti, è una patologia respiratoria cronica in cui i bronchi si dilatano in modo abnorme: questo provoca tosse persistente, produzione costante di catarro e infezioni respiratorie frequenti. Le bronchiectasie riconoscono diverse cause, da alterazioni genetiche alle infezioni.

Covid, una proteina rivela le forme gravi

Cd11b come target per contenere i danni ai polmoni

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L’iperespressione di una proteina può facilitare il percorso terapeutico nei pazienti colpiti dalle forme più severe di Covid-19. Lo dice uno studio pubblicato su Cytometry da un team dell’Ospedale di Legnano guidato dal prof. Antonino Mazzone.

I ricercatori italiani hanno individuato un possibile target nella proteina CD11b, che appartiene alla famiglia delle integrine ed è soggetta a una iperattivazione nei pazienti più gravi. Questo potrebbe facilitare la cura grazie alla messa a punto di farmaci specifici.

Diverse ricerche hanno mostrato che l’infezione da nuovo coronavirus determina una condizione di linfopenia, ovvero una carenza di linfociti, le sentinelle del sistema immunitario, e un cambiamento nell’assetto dei monociti, le cellule cosiddette spazzine.