L-Arginina contro Covid-19

Riduzione precoce del supporto respiratorio e decorso più rapido

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Uno studio italiano ha verificato l’efficacia della L-Arginina per il contrasto a Covid-19. La ricerca è stata coordinata dal prof. Bruno Trimarco, emerito di Cardiologia all’Università Federico II di Napoli, con la collaborazione dell’Ospedale Cotugno di Napoli e dell’Albert Einstein University di New York.
Lo studio, randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, dimostra come l’aggiunta di L-arginina per via orale ad alto dosaggio (due flaconcini da 1,66g al giorno, forniti gratuitamente dall’azienda Farmaceutici Damor SpA) alla terapia standard in pazienti ricoverati in unità sub-intensiva per COVID-19 consente una riduzione più precoce dell’assistenza respiratoria (al decimo giorno di trattamento, nel gruppo trattato con L-arginina si riscontra un miglioramento in un numero di pazienti superiore del 60% rispetto al gruppo di controllo), e una marcata riduzione dei giorni …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | L-Arginina, Covid, virus,

Rischi per il cuore con la cannabis

Un consumo frequente è associato a un raddoppio dei rischi cardiovascolari

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Consumare abitualmente cannabis ha conseguenze sulla salute. Lo rivelano i dati di una metanalisi realizzata da scienziati americani della Upstate Medical University di Syracuse, a New York, pubblicata sull’American Journal of Medicine.

Secondo gli studiosi, che hanno analizzato i dati di 1,4 milioni di persone, il consumo frequente di cannabis ha l’effetto di raddoppiare o quasi il rischio cardiovascolare.

I ricercatori hanno analizzato esclusivamente i dati di soggetti non fumatori, dividendoli in due gruppi: consumatori regolari di cannabis (più volte la settimana) e persone che non l’avevano mai usata. È così emerso che i consumatori abituali mostravano un rischio aumentato dell’88% di infarto del miocardio o malattia coronarica, mentre il rischio di ictus cresceva dell’81%.

Scoperta la causa dell’istiocitosi a cellule di Langerhans

Coinvolta una mutazione del gene BRAF

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Un nuovo studio apparso su Nature Medicine ha rivelato la probabile causa dell’istiocitosi a cellule di Langerhans (Lch), malattia dell’infanzia che si caratterizza per una tempesta di citochine simile a quella causata in alcuni casi da Covid-19.

Miriam Merad, coordinatrice dello studio che lavora presso la Icahn School of Medicine e del Tisch Cancer Institute at Mount Sinai di New York, commenta:

«Ho intrapreso una ricerca che è durata 15 anni per trovare soluzioni per i bambini colpiti da istiocitosi a cellule di Langerhans. Ora abbiamo un pezzo chiave del puzzle di questa malattia preoccupante che pensiamo aiuti finalmente a spiegare molti enigmi della malattia».

La natura della malattia è così complessa che i medici in passato non hanno potuto neanche identificarne con precisione i meccanismi di base, anche se viene considerata in genere un disturbo neoplastico mieloide.

Covid, forse inutile la terza dose di vaccino

In mancanza di varianti radicalmente differenti l’immunità sarebbe duratura

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Due recenti studi aggiungono notizie interessanti e confortanti sull’effetto dei vaccini nella pandemia di Covid-19. Stando ai dati, nella maggior parte dei casi i soggetti immunizzati con vaccini a mRna potrebbero non aver bisogno di una terza dose.

Il primo studio, pubblicato su Nature da immunologi della Washington University, ha analizzato gli anticorpi di 77 persone contagiate con Sars-CoV-2. Dopo 11 mesi dalla vaccinazione, i soggetti mostravano ancora una quantità di anticorpi stabile. Appare persistente anche la risposta delle cellule B specifiche per l’antigene al coronavirus.

Il secondo studio, condotto dai ricercatori della Rockfeller University di New York e pubblicato su BioRXiv in attesa di revisione, ha analizzato la maturazione delle cellule B di 63 ex malati Covid, 26 dei quali vaccinati con una dose di vaccino a mRna.

I capelli bianchi non sono una sentenza

Studio dimostra che in alcuni casi il processo è reversibile

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Per molti è il segno della vecchiaia che avanza, ma uno studio del Columbia University Medical Center di New York rivela la possibilità che il processo di ingrigimento dei capelli sia reversibile.

I capelli diventano grigi o bianchi non solo a causa dell’età ma anche per via di eventi traumatici o stressanti. Secondo i ricercatori americani, l’eliminazione della fonte di stress potrebbe ripristinare il colore originario dei capelli.

Un gruppo di volontari si è sottoposto ad analisi della capigliatura attraverso un metodo di imaging grazie al quale il team ha esaminato la pigmentazione dalla base alla punta dei capelli.

I capelli iniziano a crescere nella parte inferiore di un follicolo pilifero dell’epidermide. In età giovanile, i capelli acquisiscono il loro colore dai melanociti, i pigmenti prodotti dalle cellule del follicolo pilifero.

Il Covid è anche una questione di genere

Più rischio per gli uomini che si infettano

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Più pericoloso per gli uomini che per le donne. È quanto emerge da uno studio che ha indagato la risposta di genere all’infezione da Sars-CoV-2, pubblicandone i dettagli sulla rivista Communications Medicine.

Lo studio, condotto da Kuan-lin Huang della Icahn School of Medicine at Mount Sinai, a New York, ha analizzato i dati di due gruppi di pazienti (4.930 e 1.645) ricoverati in ospedali di New York a inizio e fine 2020.

I dati indicano che in assenza di fattori di rischio pregressi come l’obesità, gli uomini rischiano di più, evidenziando una mortalità più alta e maggior rischio di finire in terapia intensiva.

Un uomo su 4 accusa ipossia, deficit di ossigeno nel corpo, contro una donna su 5. Se esiste una condizione di obesità, invece, la situazione si capovolge. In questo caso le donne rischiano più degli uomini di andare incontro a complicanze e terapia intensiva.

Covid, quanto durerà l’immunità?

Studio analizza la durata della protezione indotta da guarigione o vaccino

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Per prevedere il corso della pandemia di Covid-19 un elemento fondamentale è costituito dal tipo di immunità indotta dalla guarigione e dal vaccino. Tutti si chiedono infatti quanto tempo durerà questo scudo anti-Covid, anche in rapporto alle varianti del virus che continuano a emergere.

Due studi pubblicati su Nature da Zijun Wang della Rockfeller University di New York e da Jackson S. Turner della Washington University School of Medicine di St. Louis hanno indagato il tema giungendo alla conclusione che l’immunità indotta dalla guarigione o dal vaccino durerà almeno un anno.

Alla base della risposta dell’organismo al virus ci sono due fattori: le cellule T citotossiche e gli anticorpi neutralizzanti secreti dalle plasmacellule.

Covid, perché la variante inglese è diventata dominante

Nel sistema immunitario la chiave per capire il successo della variante Alpha

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In pochi mesi, la variante inglese – catalogata qualche giorno fa “Alpha” dall’Oms – ha conquistato la scena diventando dominante sia negli Stati Uniti che in Europa. Ma cosa ha determinato questo rapido successo?

Un team di ricercatori inglesi se lo è domandato in una ricerca che ha indagato i meccanismi biologici alla base della diffusione del virus. Secondo i ricercatori, la variante Alpha ha la capacità di aggirare la prima linea di difesa del sistema immunitario, guadagnando tempo per diffondersi nell’organismo.

“Siamo rimasti molto colpiti da quanto emerso dallo studio – ha spiegato commentando la ricerca al ‘New York Times’, Maudry Laurent-Rolle, fisico e virologo della Yale School of Medicine – Per ‘funzionare’ i virus devono riuscire a superare la barriera del sistema immunitario. Se riescono a farlo diventano più forti e quindi più pericolosi”.

Covid, raro ma possibile infettarsi nonostante il vaccino

I casi di due donne che hanno comunque contratto una forma lieve della malattia

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I risultati di un nuovo studio della Rockfeller University di New York su Covid e vaccini possono sembrare preoccupanti, ma in realtà gli aspetti positivi superano di gran lunga quelli negativi.

Lo studio, apparso sul New England Journal of Medicine, descrive i casi di due donne vaccinate con Moderna e Pfizer che si sono comunque infettate con Sars-CoV-2.

Il campione oggetto di analisi era formato da 417 persone vaccinate all’interno della comunità dell’ateneo americano. Fra queste, 2 si sono infettate: nel primo caso, una donna sana di 51 anni che aveva ricevuto la seconda dose di vaccino il 19 febbraio scorso. 19 giorni dopo la donna ha accusato mal di gola, congestione e mal di testa, risultando positiva al virus.

Covid, le statine offrono protezione

Effetto positivo dei farmaci anti-diabete

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Mortalità ridotta e minori probabilità di essere sottoposti a ventilazione meccanica per i pazienti colpiti da Covid in cura con le statine. Lo dimostra uno studio apparso su Nature Communications e firmato da scienziati della Columbia University di New York.

L’analisi riguarda i dati di 2.626 pazienti ospedalizzati presso l’Irving Medical Center dal 1° febbraio al 12 maggio 2020. Gli autori hanno messo a confronto due gruppi di 648 pazienti simili per suscettibilità a fattori di rischio come altre malattie. L’unica differenza era l’assunzione di statine da parte dei pazienti del primo gruppo.

Dei 648 soggetti del primo gruppo, 96 persone alla fine sono morte nei primi 30 giorni di ricovero, il 14,8% del totale, mentre nel gruppo non trattato con statine la percentuale arrivava al 26,5% (172 pazienti).