Cancro al polmone, efficace amivantamab

Trattamento in combinazione con lazertinib

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Nuovi dati dimostrano l’efficacia del farmaco amivantamab nel trattamento del cancro polmonare. La terapia in combinazione con lazertinib induce una durata mediana della risposta (DOR) di 9,6 mesi in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) EGFR-mutato con delezione dell’esone 19 o mutazione L858R, naïve alla chemioterapia la cui malattia sia progredita dopo il trattamento con osimertinib.

Quarantacinque pazienti sono stati trattati con 1050 mg di amivantamab (se di peso inferiore a 80 kg) o 1400 mg (se di peso uguale o superiore a 80 kg) in combinazione con 240 mg di lazertinib. Il 36 per cento (intervallo di confidenza al 95 per cento [CI], 22-51) ha mostrato una risposta confermata (CR), di cui 1 risposta completa e 15 risposte parziali (PR); la DOR mediana è stata di 9,6 mesi (95 per cento CI: 5,3-non raggiunto).

Covid, eliminare una proteina per renderlo meno grave

Prevenire l’aggravamento grazie al silenziamento di Notch4

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C’è una proteina specifica alla base delle forme più gravi di Covid-19. Si chiama Notch4 ed è presente in alcune cellule immunitarie dei polmoni. L’hanno studiata i ricercatori del Policlinico San Martino di Genova in collaborazione con quelli dell’Università di Harvard, pubblicandone i dettagli su Immunity.

In condizioni di normalità, il sistema immunitario mette in atto una serie di risposte autoregolate dopo l’incontro con un agente patogeno. A volte, però, l’infiammazione va fuori controllo e determina un danno aggiuntivo all’organismo.

È quanto si verifica nel caso della cosiddetta tempesta citochinica, una risposta immunitaria esagerata legata a una produzione eccessiva di proteine infiammatorie che finiscono per aggravare l’infezione invece di fermarla.

Alveoli in 3D per studiare le malattie polmonari

Utili a testare più rapidamente le nuove terapie

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È possibile riprodurre gli alveoli polmonari in 3D su chip per studiare meglio le malattie dei polmoni e sperimentare nuove terapie. È il risultato di uno studio pubblicato su Pnas da un team del Brigham and Women’s Hospital di Boston.

“Questo modello delle basse vie respiratorie è unico nel suo genere”, spiega il bioingegnere Y. Shrike Zhang. In precedenza, i modelli sperimentati si basavano su superfici piatte realizzate con materiali plastici che non consentivano di riprodurre fedelmente la curvatura e l’elasticità degli alveoli naturali.

Gli scienziati americani hanno cercato di ovviare a questi limiti popolando le superfici respiratorie degli alveoli con due diversi tipi di cellule, versione semplificata rispetto ai 42 tipi cellulari presenti nei polmoni.

Long Covid, il ruolo dei medici di famiglia

I sintomi e gli esami da suggerire

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In un numero rilevante di persone gli effetti del nuovo coronavirus si prolungano per settimane e mesi nonostante la negativizzazione. Si parla di sindrome da Long Covid o Post Covid per definire questa condizione che riduce anche di molto la qualità di vita di chi ne è colpito.

È probabile che i sintomi a lungo avvertiti dai soggetti colpiti dalla sindrome siano dovuti a un’inconsueta attivazione della risposta immunitaria che finisce per coinvolgere gli organi.

La condizione è ormai così diffusa che vengono proposti veri e propri check up post Covid da alcuni istituti privati basati su esami specifici, ad esempio la pletismografia, il test del cammino e la DLCO (Diffusione alveolo capillare del monossido di carbonio). Tutti esami che tendono a valutare le condizioni dei polmoni, in primo luogo.

Covid, perché è così grave per alcuni?

Conseguenze molto diverse a seconda dei soggetti

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Uno degli elementi di Covid-19 che fin da subito ha colpito i medici è l’estrema variabilità delle sue manifestazioni cliniche. Se è vero che ogni infezione può presentarsi con diversi livelli di gravità a seconda delle persone, quella causata da Sars-CoV-2 estremizza questo aspetto, passando dalla totale asintomaticità al bisogno della ventilazione assistita anche nella stessa categoria di persone.

La prima scoperta dei ricercatori è stata quella dei livelli insoliti di cellule T nel sangue delle persone colpite gravemente dalla malattia. I valori di un paziente deceduto hanno mostrato chiaramente il cambiamento nel livello delle citochine, le proteine che organizzano la risposta immunitaria.
In alcune persone, la risposta immunitaria è esageratamente violenta e finisce per colpire non solo i polmoni, ma anche cuore, fegato e cervello.

Uno spray per ingannare il coronavirus

Sviluppati peptidi che si legano alla Spike disattivando il virus

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Oltre a vaccini e farmaci può esserci un altro modo per fermare il virus, una sorta di bluff chimico. Uno studio pubblicato su Bioconjugate Chemistry da scienziati della Ohio State University mostra che è possibile mettere fuori gioco Sars-CoV-2 facendo in modo che le particelle del virus si leghino a qualcosa di diverso dalle nostre cellule.

I ricercatori hanno sviluppato dei peptidi, ovvero frammenti di proteina, che hanno lo scopo di legarsi alla Spike, la proteina che serve al virus per agganciare le cellule umane. Se i peptidi arrivassero prima e si legassero alla Spike, per il virus non ci sarebbe più niente da fare, non sarebbe cioè più in grado di legarsi ai recettori ACE2 che si trovano nella cavità nasale e nei polmoni.

Gli effetti a breve e lungo termine di Covid-19

Dolore, alterazione del sonno, ansia, paura

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Una delle preoccupanti considerazioni derivate dalla pandemia da SARS-COV-2 è stata che il virus non aggredisce solo i polmoni con una polmonite interstiziale che lesiona seriamente gli alveoli e trombizza i piccoli vasi conducendo a una insufficienza respiratoria talora mortale, ma attacca tutti gli organi causando alcuni deficit che probabilmente permangono a lungo e con conseguenze importanti.

Recentemente una pubblicazione della Rockfeller University riporta l’individuazione dei pazienti “long-haulers”, cioè persone che dopo una infezione iniziale spesso moderata e curata a domicilio, non riescono a guarire e rimangono incapacitati perché non respirano adeguatamente e presentano una serie di altri sintomi cronici come costanti dolori al petto e al cuore, sintomi intestinali, mal di testa, incapacità a concentrarsi, perdita di memoria, tachicardia.

Dolore post-Covid, meglio fare una risonanza

Possibili danni ai tronchi nervosi

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La presenza di dolore o debolezza dopo un’infezione da Sars-CoV-2 potrebbe rendere necessaria una risonanza magnetica.

Lo dice uno studio pubblicato su Radiology da un team della Northwestern University Feinberg School of Medicine guidato da Swati Deshmukh, secondo cui è possibile la presenza di danni ai tronchi che potrebbero emergere grazie alle tecniche di imaging.

Spiega Deshmukh: «La comparsa di parestesie alle dita potrebbe dipendere da problemi al collo, al gomito o al polso, e il modo migliore per capirlo è con una risonanza magnetica o un’ecografia».

Le tecniche di imaging attuali riescono ad analizzare anche i nervi più piccoli, consentendo ai medici di individuare il danno e a considerarne l’eventuale gravità.

I danni al cervello causati dal coronavirus

Segnalati anche fenomeni gravi come ictus ed encefaliti

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Ormai è risaputo che Sars-CoV-2, nonostante la predilezione per i polmoni, colpisca anche altri organi, fra cui il cervello. Già alcuni studi nei mesi scorsi avevano segnalato che in una persona su 20 guarita da Covid-19 si manifestavano conseguenze sulle capacità mentali, in particolare perdita di memoria e difficoltà di concentrazione.

Un nuovo studio evidenzia come anche persone che non si ammalano in maniera grave possano andare incontro a problemi di ordine neurologico significativi: ictus, crisi epilettiche, disturbi del movimento, encefaliti.

Lo studio, pubblicato su Neurology Clinical Practice, è firmato da Pria Anand della Boston University School of Medicine. Alla ricerca hanno partecipato 74 pazienti positivi al nuovo coronavirus e curati in un ospedale di Boston.

Covid, due molecole ne predicono la gravità

Il loro dosaggio consente di prevedere il decorso della malattia

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Due studi italiani hanno scoperto la capacità predittiva di altrettante molecole rispetto alla gravità di Covid-19. Il primo studio è stato pubblicato su Nature Immunology da un team dell’Istituto Humanitas di Rozzano in collaborazione con l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Gli scienziati hanno scoperto che nel sangue dei pazienti Covid la molecola PTX3 è presente ad alti livelli nel sangue, oltre che nei polmoni, nelle cellule della prima linea di difesa e nelle cellule che rivestono la superficie interna dei vasi sanguigni.

C’è dunque un nesso diretto fra i livelli di PTX3 e la gravità della malattia.
La seconda molecola da tenere d’occhio è la sfingosina-1-fosfato, su cui si sono concentrati i ricercatori dell’Università di Milano e dell’Istituto di Medicina Aerospaziale di Milano, che hanno pubblicato uno studio su EMBO Molecular Medicine.