Scoperta la ragione di cisti e tumori renali


Grazie allo studio di una rara malattia genetica

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Presso l’Istituto Telethon di Genetica e Medicina (Tigem) di Pozzuoli il team di Andrea Ballabio ha descritto sulle pagine di Nature come il meccanismo responsabile di una rara malattia genetica offra una chiave per la comprensione di un meccanismo che porta alla formazione di cisti e tumori a carico di particolari organi, primo fra tutti il rene.
Sostenuto da Fondazione Telethon, da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e dalla Regione Campania, lo studio ha visto la partecipazione dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) e dell’Istituto di biologia cellulare dell’Università di Innsbruck.
Primi firmatari dell’articolo sono Gennaro Napolitano e Chiara Di Malta, due giovani ricercatori campani che dopo una lunga esperienza all’estero, rispettivamente in California e in Texas, sono rientrati in Italia per lavorare al Tigem dove, coordinati da Ballabio, si sono dedicati allo studio …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | cisti, tumori, reni,

Diabete, nuovo farmaco per ridurre i rischi ai reni

L’inibitore canagliflozin riduce il rischio di progressione della malattia

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La malattia renale diabetica si sviluppa in circa il 40% dei pazienti diabetici ed è la principale causa di malattia renale cronica in tutto il mondo. Sebbene la terapia sostitutiva renale, ossia la dialisi, possa essere la conseguenza più riconoscibile della malattia renale diabetica, la maggior parte dei pazienti muore prima di iniziare la dialisi per eventi cardiovascolari spesso correlati al danno renale anche se di grado moderato.

Questo accade perché le attuali terapie oggi disponibili per la nefroprotezione (ACE-inibitori e sartani) lasciano circa il 50% dei pazienti ad alto rischio residuo di insorgenza e progressione di malattia renale diabetica.

In questo scenario così buio e incerto, potrebbe arrivare a luglio, in Italia, una nuova indicazione dell’inibitore di SGLT2 canagliflozin che è in grado di ridurre significativamente il rischio di progressione della malattia renale.

Malattia interstiziale polmonare, efficace nintedanib

Nei pazienti con sclerosi sistemica associata

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Approvato il farmaco nintedanib per il trattamento degli adulti affetti da malattia interstiziale polmonare associata a sclerosi sistemica. Ne dà conto la casa farmaceutica Boehringer Ingelheim, che cita l’approvazione della Commissione Europea.

La sclerosi sistemica, o sclerodermia, è una patologia autoimmune rara deturpante, invalidante e potenzialmente fatale. La malattia causa formazione di tessuto cicatriziale (fibrosi), che può interessare vari organi tra cui i polmoni, il cuore, l’apparato digerente e i reni, e comportare complicanze che mettono a rischio la vita dei pazienti.

Quando la malattia colpisce i polmoni può comportare malattia interstiziale polmonare, che è la principale causa di mortalità in chi è affetto da sclerosi sistemica, essendo, infatti, responsabile del 35% della mortalità correlata a sclerodermia.

Gli effetti del nuovo coronavirus sul corpo

Malattia sistemica che non si limita ad aggredire i polmoni

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Il problema non sono solo i polmoni. Sars-Cov-2 causa una malattia sistemica che aggredisce gran parte dell’organismo, minacciando cuore, reni, vasi sanguigni, intestino, occhi e cervello.

A dirlo è uno studio apparso su Science e firmato da Harlan Krumholz dell’Università di Yale, che spiega: “Questa malattia può attaccare quasi tutto nel corpo con conseguenze devastanti”. Come noto, il virus fa il suo ingresso nel corpo da gola, naso e occhi, trovando un ambiente particolarmente favorevole nel rivestimento nasale.

Le cellule nasali hanno infatti una superficie ricca del recettore Ace2, punto di accesso privilegiato del virus. Una volta entrato nella prima cellula, il virus la mette fuori uso producendo un’enorme quantità di copie di se stesso, invadendo poi altre cellule.

Tumore del rene, un’ecografia all’anno per evitarlo

Fondamentale anche per prevenire la formazione dei calcoli

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Basta un’ecografia all’anno ai reni per prevenire la formazione del tumore e dei calcoli renali. Lo ricorda il prof. Pierfrancesco Bassi, urologo e direttore dell’Unità clinica di urologia e nefrologia del Policlinico Gemelli di Roma.

“La colica renale è il primo segno rilevatore della presenza di un calcolo – spiega Bassi – Oggi si può risalire con facilità alle cause che lo hanno generato e identificare i fattori di rischio che portano all’insorgenza della calcolosi. Se in famiglia qualcuno ha avuto i calcoli bisogna fare un’ecografia una volta all’anno”.

L’uso della tecnologia è fondamentale anche per evitare il cancro, dato che riesce a scoprire eventuali neoplasie quando sono molto piccole e ancora curabili.

In campo urologico, prosegue Bassi, è importante controllare, in età adolescenziale, che i testicoli non siano stati colpiti da varicocele.

La dieta proteica danneggia i reni

Anche in soggetti con funzionalità renale normale

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Le diete proteiche hanno sempre molto successo fra chi vuole perdere i chili di troppo. Sono facili da seguire, assicurano un livello di sazietà adeguato e una veloce perdita di grasso. Inoltre, abbinate a un’attività fisica specifica, stimolano la crescita della massa muscolare.

Tuttavia, le diete proteiche hanno anche dei limiti, uno dei quali viene riaffermato da uno studio olandese e uno coreano, entrambi pubblicati su Nephrology Dialysis Transplantation, ovvero i potenziali danni ai reni.

I ricercatori del Leiden University Medical Center, guidati da Kevin Esmeijer, hanno raccolto i dati alimentari di 4.837 pazienti di età compresa fra 60 e 80 anni con una storia di infarto miocardico.

Setticemia, antibiotici e rischi di danni renali

L’aggiunta di un beta-lattamico aumenta il rischio

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Aggiungere un antibiotico beta-lattamico alla terapia standard in caso di setticemia da MRSA ha soltanto l’effetto di aumentare il rischio di danno renale acuto.

Il farmaco infatti non sembra migliorare la prognosi, secondo le conclusioni di uno studio apparso su Jama. «Per questo lo studio è stato interrotto in anticipo», scrive il coautore Steven Tong dell’Institute for Infection and Immunity in Melbourne, in Australia, aggiungendo che le setticemie da MRSA vengono trattate in prima battuta con vancomicina o
daptomicina.

Alcuni studi avevano suggerito l’aggiunta di un beta-lattamico per aumentare l’attività battericida della terapia standard. I ricercatori australiani hanno approfondito l’argomento arruolando 352 adulti ricoverati in ospedale per setticemia da MRSA.

Tumore del pancreas, nuova terapia con 4 farmaci

Disponibile lo schema chemioterapico PAXG

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A seguito dell’autorizzazione dell’AIFA, avvenuta lo scorso giugno, lo schema PAXG –innovativo trattamento dell’adenocarcinoma del pancreas borderline resecabile, localmente avanzato e metastatico – è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entra quindi nella pratica clinica.

La nuova combinazione di farmaci è in grado di raddoppiare la sopravvivenza a due anni dalla diagnosi, un risultato possibile grazie agli sforzi di ricerca coordinati dal dottor Michele Reni, direttore del Programma Strategico Clinico del Pancreas Center dell’Ospedale San Raffale di Milano.

Ogni anno in Italia circa 13.500 persone si ammalano di tumore al pancreas. Sebbene abbia un’incidenza relativamente bassa (appena il 3% di tutti i tumori maligni), la patologia rappresenta la quarta causa di morte per tumore in Italia.

A cosa serve la dieta iperproteica? Tutto quello che c’è da sapere

Le diete iperproteiche solitamente vengono consigliate in due situazioni specifiche: in caso di denutrizione, magari dopo un periodo di malattia che ha destabilizzato il corpo, e in caso di attività fisica intensiva, come ad esempio il sollevamento pesi o il body building. Non è un regime che può essere seguito a oltranza. Le proteine, infatti, per loro natura vengono filtrate ed espulse dal corpo attraverso l’azione dei reni. Una dieta iperproteica inevitabilmente affatica queste ghiandole e ciò potrebbe avere delle ripercussioni anche serie sulla salute. Per questo, l’affiancamento di un medico e di un nutrizionista sono fondamentali. Ma a cosa serve la dieta iperproteica nello specifico? Quali sono i suoi vantaggi e svantaggi? Entriamo nel dettaglio per capire qualcosa di più.

A cosa serve la dieta iperproteica: benefici e controindicazioni

Una dieta iperproteica serve sia se si vuole aumentare la massa muscolare che perdere peso in breve tempo. Oltre a mantenere costanti i livelli di insulina, aumenta il metabolismo basale e stimola la lipolisi (dunque il dimagrimento). Visti gli effetti collaterali su reni e fegato, per eliminare l’azoto contenuto nelle proteine, è necessario associare sempre ad una dieta iperproteica un adeguato apporto di acqua. Proprio per il grande sforzo a cui sono sottoposti questi due organi, è un regime sconsigliato in caso di problemi epatici e renali (insufficienza renale, nefropatia diabetica ecc).

Non mangiando grassi e zuccheri l’organismo usa i grassi di riserva per il fabbisogno calorico. Trarre i grassi dalle zone di scorta è parte integrante del processo di dimagrimento: l’organismo diventa un bruciatore di grassi. I prodotti del grasso metabolizzato sono i chetoni, prodotti di scarto (espulsi tramite le urine) che tra l’altro frenano l’appetito, aiutando ulteriormente nel dimagrimento.

A cosa serve la dieta iperproteica: alcuni esempi famosi

Sono molte le diete iperproteiche diventate famose e molto diffuse al mondo. Di base, tutte propongono un’alimentazione a base di frutta, legumi, pesce, carne, salumi: cibi altamente proteici, insomma. Tra queste ci sono le diete:

  • Atkins, forse la più famosa dieta iperproteica, che in breve punta a ridurre la quota di carboidrati costringendo il corpo ad utilizzare i grassi e le proteine per ottenere energia;
  • Scarsdale, caratterizzata per essere una dieta lampo che promette risultati in brevissimo tempo;
  • Plank, anche questa altamente proteica, che consente di perdere peso già in due settimane, mantenendo il peso raggiunto per almeno 3 anni, senza ulteriore dieta, grazie al sovvertimento del metabolismo;
  • Dukan, che abbina a un’alimentazione molto rigorosa anche l’attività fisica, in particolar modo l’obbligo di camminata quotidiana.

Dieta snake, il regime alimentare estremo che si ispira a quello dei rettili

Si chiama dieta del serpente (dieta snake) e come suggerisce il nome si ispira ai modelli alimentari degli animali selvatici a sangue freddo. Non è un piano alimentare facile da seguire, anzi e piuttosto estremo e per questo molto criticato. Si comincia con una fase di disintossicazione (per liberare le tossine), seguita da fasi di digiuno che si concludono con un lungo periodo di mantenimento, per non riacquisire tutti i chili persi e stabilizzare il peso.

L’idea di base è quella di fare, proprio come i serpenti, un pasto molto abbondante e poi digiunare per il resto del giorno (o anche per più giorni consecutivi). Il regime è stato messo a punto da Cole Robinson, che lo associa anche all’assunzione di una bevanda (snake juice) a base di acqua, sale marino e cloruro di potassio, un beverone che serve a integrare gli elettroliti.

Dieta snake: caratteristiche

Si tratta di una dieta a basso contenuto di carboidrati, con pasti a base di molta verdura, poca carne, tante proteine e tanti grassi. I pasti sono intervallati a digiuni e sempre combinati all’assunzione dello snake juice. Essendo una dieta chetogenica ipocalorica e iperproteica, stimola il dimagrimento portando il corpo in chetosi. Questo, però, potrebbe affaticare i reni e portare a conseguenze come la stitichezza o diversi disturbi digestivi.

La perdita di peso avviene velocemente, ma gli effetti rischiano di non essere duraturi nel tempo se le regole base non vengono seguite. Il ritmo pasto-digiuno deve essere costante e ininterrotto, questo è fondamentale.

Certamente non è un ritmo sano, d’altronde l’essere umano non è un rettile e per sua natura, dunque, questo piano alimentare è del tutto inappropriato, per questo motivo secondo diversi biologi e nutrizionisti si tratta, più che di una dieta, solo di una moda, che però può influenzare negativamente il metabolismo e danneggiare la salute. Chi decide di seguirla, si lascia affascinare dall’idea di perdere anche 5 chili in una settimana, ma è un regime drastico e che il più delle volte si rivela controproducente, portando a riprendere in breve tempo i chili persi.