L’intelligenza artificiale contro il tumore al seno

Nuovi algoritmi prevedono la sopravvivenza della paziente

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Il tumore al seno è tra le principali cause di decesso in Europa. L’incidenza annua di nuovi casi in Europa nel 2019 è di 92,9 donne per 100mila donne; mentre il tasso di mortalità annuo, è di 23,1 su 100mila.

Per una paziente affetta da tumore al seno che abbia subito l’asportazione chirurgica del tessuto tumorale, è necessario decidere un percorso di cura post-operatorio che prevenga la recidiva della malattia tumorale e la formazione di metastasi.

La ricerca dell’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iit) consiste nell’utilizzo di una lista di geni marcatori e di un metodo computazionale per analizzarli capace di predire la sopravvivenza di un paziente a 5 anni dopo l’asportazione del tessuto tumorale, in dipendenza del percorso terapeutico scelto.

Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature.

Diabete di tipo 2, nuova possibile terapia

Trattamento basato sull’inibizione della GABA transaminasi epatica

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Una nuova ricerca pubblicata su Cell Reports suggerisce la possibile messa a punto di una terapia inedita per il diabete di tipo 2.

Lo studio è firmato da Benjamin Renquist, docente al College of Agriculture and Life Sciences dell’Università dell’Arizona, che ha lavorato in collaborazione con la Washington University di St. Louis, l’Università della Pennsylvania e la Northwestern University di Chicago.

Spiega Renquist: «L’obesità è una causa nota di diabete tipo 2 e sappiamo da tempo che negli obesi il grasso nel fegato aumenta. E man mano che la steatosi epatica avanza aumenta l’incidenza del diabete».

Rimane però oscuro il modo in cui la steatosi epatica riesca a innescare resistenza periferica all’insulina o causarne l’eccessiva secrezione pancreatica.

Covid, niente mRna del vaccino nel latte materno

Le donne vaccinate non devono interrompere l’allattamento

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Non c’è evidenza del passaggio di nanoparticelle di mRna dei vaccini Pfizer e Moderna nel latte materno. Pertanto, sostengono i ricercatori della University of California di San Francisco, le donne che allattano dovrebbero continuare a farlo tranquillamente.

Yarden Golan, prima firmataria di una lettera di ricerca pubblicata su Jama Pediatrics, spiega:

«L’Organizzazione mondiale della Sanità raccomanda che le donne che allattano vengano vaccinate e non consiglia la cessazione dell’allattamento al seno dopo la somministrazione del vaccino, e l’Academy of Breastfeeding Medicine afferma che c’è poco rischio plausibile che le nanoparticelle del vaccino o l’mRNA entrino nel tessuto mammario o vengano trasferiti nel latte. Tuttavia, non ci sono dati diretti su tale questione».

Tumore allo stomaco e rischio di sbalzi glicemici

La gastrectomia può provocare problemi di controllo glicemico

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La maggior parte dei pazienti operati per un tumore allo stomaco può andare incontro a un maggior rischio di sbalzi glicemici dopo la gastrectomia. Lo afferma uno studio promosso dalla Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo (Sinuc) in collaborazione con il Gruppo italiano di ricerca sul cancro gastrico (Gircg) e l’Associazione “Vivere senza stomaco si può Onlus”.

Secondo i dati preliminari dello studio, l’89% dei pazienti operati ha sintomi da ipoglicemia reattiva con debolezza, vertigini, sudorazione e vampate di calore o una dumping syndrome, nella quale a questi sintomi si aggiungono dolore con distensione addominale, nausea e vomito.

Si tratta del primo studio ad analizzare la prevalenza degli sbalzi glicemici nei pazienti gastroresecati.

Scoperta la causa dell’istiocitosi a cellule di Langerhans

Coinvolta una mutazione del gene BRAF

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Un nuovo studio apparso su Nature Medicine ha rivelato la probabile causa dell’istiocitosi a cellule di Langerhans (Lch), malattia dell’infanzia che si caratterizza per una tempesta di citochine simile a quella causata in alcuni casi da Covid-19.

Miriam Merad, coordinatrice dello studio che lavora presso la Icahn School of Medicine e del Tisch Cancer Institute at Mount Sinai di New York, commenta:

«Ho intrapreso una ricerca che è durata 15 anni per trovare soluzioni per i bambini colpiti da istiocitosi a cellule di Langerhans. Ora abbiamo un pezzo chiave del puzzle di questa malattia preoccupante che pensiamo aiuti finalmente a spiegare molti enigmi della malattia».

La natura della malattia è così complessa che i medici in passato non hanno potuto neanche identificarne con precisione i meccanismi di base, anche se viene considerata in genere un disturbo neoplastico mieloide.

Alzheimer, il rame come fattore di rischio

Nuovo studio conferma il legame

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L’Alzheimer, la più temuta delle demenze, colpisce oggi circa 30 milioni di persone nel mondo (di cui 600 mila solo in Italia). Un processo degenerativo del cervello che compromette le principali funzioni cognitive e che rimane tra le patologie maggiormente all’attenzione di medici e ricercatori nel panorama globale.

Una vasta letteratura scientifica negli anni ha supportato la tesi del rame “cattivo” (non-ceruloplasminico) quale fattore di rischio per la malattia di Alzheimer: si tratta di quel rame anche detto “libero” che – diversamente dal rame “buono” – non si lega a una proteina, la ceruloplasmina, attraverso la quale viene trasportato nell’organismo per contribuire allo svolgimento di importanti funzioni vitali e metaboliche. Il rame “fuori” dal controllo delle proteine innesca così reazioni ossidanti che vanno a danneggiare cellule e tessuti.

L’olio extravergine d’oliva ci fa rimanere giovani

Il condimento rallenta l’invecchiamento cognitivo

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Un aiuto al cervello nel contrastare il declino cognitivo. È l’azione che svolge l’olio extravergine di oliva, documentata da una ricerca del Cnr firmata da Giorgio D’Andrea, a cui hanno collaborato scienziati della Lumsa di Roma e dell’Università della Tuscia.

La chiave per spiegare l’effetto dell’olio sarebbe l’idrossitirosolo, un fenolo dalle evidenti proprietà antiossidanti presente nell’olio extravergine di oliva insieme ad altre sostanze polifenoliche come l’oleocantale e ad altre sostanze salutari come l’acido oleico, i grassi polinsaturi essenziali, la vitamina A e la vitamina E.

Gli antichi greci – commenta Giorgio D’Andrea – erano ben consapevoli delle molteplici proprietà benefiche dell’olio di oliva.

La fibromialgia potrebbe essere una malattia autoimmune

Forse non di natura nervosa l’origine del disturbo

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Una nuova ricerca propone un’ipotesi originale sui meccanismi di insorgenza della fibromialgia, disturbo che si manifesta con dolore, debolezza muscolare e affaticamento cronico.

La malattia colpisce una persona su 40 nel mondo, nell’80% dei casi donne. Secondo i ricercatori del King’s College di Londra, che hanno pubblicato i dettagli dello studio sul Journal of Clinical Investigation, il disturbo avrebbe un’origine autoimmune.

I ricercatori hanno iniettato nei topolini gli anticorpi raccolti dal sangue dei pazienti; hanno così osservato la manifestazione dei sintomi della fibromialgia: aumentata sensibilità al dolore, spossatezza e riduzione dei movimenti.

I sintomi non sono comparsi quando i ricercatori hanno iniettato anticorpi di persone sane.

Biomarcatori per il cancro della vescica

Nell’urina alcuni valori suggeriscono la presenza del tumore

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Il cancro della vescica potrebbe essere diagnosticato grazie alla presenza di alcuni biomarcatori nelle urine. Per l’esattezza, lo studio pubblicato dai ricercatori della University of Houston su Oncotarget rivela l’efficacia diagnostica dei valori di IL-1á, IL-1ra e IL-8.

«I biomarcatori urinari potrebbero potenzialmente fornire una conferma preliminare di cancro della vescica di basso grado prima che vengano eseguite procedure invasive e facilitare la sorveglianza di tale malattia», spiega Chandra Mohan, autrice senior del lavoro.

La ricerca ha analizzato i campioni di urina di 66 soggetti, 35 dei quali affetti da cancro alla vescica, mentre gli altri 31 rappresentavano il campione di controllo.

Gli scienziati si sono serviti di una piattaforma di screening basata su Luminex con un pannello di citochine/chemochine che valutava simultaneamente 16 biomarcatori urinari.