Odi il Natale? È la sindrome del Grinch

Un’area del cervello conserva le brutte esperienze pregresse

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Non è ancora iniziato il “girone” delle feste e c’è già chi si sta organizzando per snobbare gli inviti e rimanere lontano dalle luci di Natale, proprio come il “Grinch”.

Ma una spiegazione scientifica viene dal British Medical Journal e il commento di Adriano Formoso, psicologo e psicoterapeuta a Milano, ci aiuta a capire perché succede e come sopravvive fino al 6 gennaio.

Dottor Formoso, quindi è provato anche scientificamente che ci sono persone che amano e altre che odiano il Natale?

Sicuramente sì e questo rafforza i risultati di altri ricercatori in scienze neurologiche dell’Università di Copenaghen che spiegano che nel cervello c’è una zona in cui è relegato il piacere e che l’atmosfera tipica delle feste la attiva proprio nel periodo natalizio.

Cancro al seno, trastuzumab emtansine lo cura

Il rischio di recidiva si riduce del 50 per cento

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Il farmaco trastuzumab emtansine si è rivelato efficace nel trattamento del cancro del seno. Lo ha annunciato la casa farmaceutica Roche, presentando i dati dello studio di fase III KATHERINE.

Lo studio ha soddisfatto il suo endpoint primario dimostrando che trastuzumab emtansine, usato come agente singolo, ha ridotto in modo significativo (riduzione del 50%; HR = 0,50, IC 95% 0,39-0,64, p <0,0001) il rischio di recidiva o morte (sopravvivenza libera da malattia invasiva o iDFS, invasive disease-free survival) rispetto a trastuzumab, in trattamento adiuvante (dopo intervento chirurgico) nelle pazienti con carcinoma mammario HER2+ in fase precoce (eBC, early breast cancer) che avevano patologia residua (residuo patologico invasivo mammario e/o nei linfonodi ascellari) dopo il trattamento neoadiuvante (effettuato prima dell’intervento chirurgico).

Celiachia, grano antico o moderno?

Studio prende in esame le differenze

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È proprio vero che i grani antichi sono meno tossici dei moderni per i celiaci? E che hanno livelli più alti di carboidrati potenzialmente prebiotici (amido resistente e fibre)? L’incremento dei casi di celiachia può essere, quindi, una conseguenza del miglioramento genetico condotto nel secolo scorso?

Per dare risposte scientificamente valide a queste domande, un team di ricercatori del CREA Cerealicoltura e Colture industriali (sede di Foggia), delle Università di Modena e Reggio Emilia e di Parma ha confrontato 9 grani antichi, diffusi maggiormente nel Sud Italia e nelle Isole dagli inizi del 1900 fino al 1960 (e considerati ormai obsoleti), con 3 grani moderni, sia per quanto riguarda la celiachia sia per il contenuto di amido resistente. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Food Research International.

Il morbo di Alzheimer si fa in 6

Differenze rispetto a sintomi e caratteristiche biologiche

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Non esiste un solo morbo di Alzheimer, ma almeno 6. È la conclusione di uno studio della Washington University pubblicato su Molecular Psichiatry, secondo cui i sintomi e le caratteristiche biologiche possono variare a seconda del soggetto.

I ricercatori hanno analizzato 4050 persone affette da Alzheimer dividendole in 6 gruppi in base alle loro funzioni cognitive al momento della diagnosi. I soggetti hanno ricevuto un punteggio in 4 settori diversi: memoria, funzioni esecutive, linguaggio e funzioni visuospaziali.

Il gruppo più numeroso (39%) ha ottenuto punteggi simili in tutte le categorie, mentre il secondo (27%) mostrava un punteggio sulla memoria più basso rispetto agli altri. Nei gruppi più piccoli si registravano punteggi più bassi per altri parametri, mentre nel 3% dei casi erano due i settori a risultare peggiori.

Cancro al seno, funziona un farmaco a basse dosi

Tamoxifene dimostra la stessa efficacia con minori effetti collaterali

Tamoxifene, farmaco utilizzato per i tumori del seno intraepiteliali, funziona anche a basse dosi. Lo rivela uno studio italiano presentato al San Antonio Breast Cancer Symposium, il più importante congresso internazionale sul carcinoma alla mammella.

Il team, guidato da Andrea De Censi – direttore di Oncologia medica presso gli Ospedali Galliera di Genova – ha dimostrato che un dosaggio di soli 5 mg al giorno dimezza il rischio di recidive e di nuovi tumori al seno, diminuendo al contempo gli effetti avversi.

Finora, il dosaggio utilizzato era di 20 mg al giorno, e il trattamento durava 5 anni.

Purtroppo il tamoxifene è associato a un aumentato rischio di tumore dell’endometrio, la parte interna dell’utero, e a tromboembolia venosa oltre che alla comparsa di sintomi della menopausa che possono portare all’interruzione del trattamento – spiega De Censi.

Artrite reumatoide, l’inquinamento è un fattore di rischio

In soggetti predisposti aumenta le possibilità della malattia

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L’inquinamento costituisce un fattore di rischio per molte malattie, non ultima l’artrite reumatoide. Lo ha scoperto un team dell’Università La Sapienza di Roma diretto da Guido Valesini, che spiega: «Sulla base di questa nostra nuova osservazione si può ipotizzare che l’inquinamento atmosferico possa avere un ruolo non secondario, in soggetti predisposti e attraverso meccanismi complessi, nella patogenesi di alcune malattie immuno-mediate, come l’artrite reumatoide».

In particolare, il responsabile sarebbe il particolato emesso dai motori diesel Euro 4 ed Euro 5, come si legge sulle pagine di Cell Death & Disease.

I ricercatori hanno indagato il ruolo del particolato proveniente dallo scarico dei motori diesel nella modifica dell’attività biologica delle cellule epiteliali bronchiali normali (NHBE).

Mieloma multiplo, nesso con la flora batterica intestinale

I batteri dell’intestino influenzano l’evoluzione della malattia

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Attraverso la loro interazione con il sistema immunitario, alcune specie di batteri che vivono nell’intestino sono in grado di influenzare la progressione del mieloma multiplo che invade il midollo osseo causando dolore, anemia e fragilità ossea.

A firmare la scoperta, per ora in gran parte limitata al modello animale della malattia, è il gruppo di Matteo Bellone dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

I risultati dello studio sostenuto da AIRC, appena pubblicati su Nature Communications, sono tra i primi a tracciare una linea di influenza diretta tra il microbiota intestinale e un tumore che ha sede in un altro organo, dimostrando la capacità di questi batteri di interagire a livello sistemico con tutto l’organismo.

Parkinson, un collegamento con l’appendice

L’origine della malattia potrebbe risiedere nell’apparato gastrointestinale

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Una ricerca apparsa su Science Translational Medicine suggerisce un collegamento fra l’insorgenza del morbo di Parkinson e l’appendice.

«La patogenesi della malattia di Parkinson comporta l’accumulo di alfa-sinucleina aggregata e si pensa che tale situazione possa avere origine dall’apparato gastrointestinale», spiega Bryan Killinger del Van Andel Research Institute di Grand Rapids, primo autore del lavoro.

L’analisi ha preso in esame 500.000 pazienti in Svezia sottoposti ad appendicectomia. Sono stati messi a confronto con persone dalle caratteristiche simili mai sottoposte allo stesso intervento.

I dati indicano che nel corso del follow up 2.200 soggetti hanno sviluppato la malattia di Parkinson, ma soprattutto che fra chi si era sottoposto ad appendicectomia il rischio risultava più basso del 19 per cento rispetto a chi non aveva fatto alcun intervento.

La lidocaina ostacola le metastasi del cancro al seno

L’anestetico impedisce alle cellule cancerogene di diffondersi

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Un anestetico comunemente utilizzato, la lidocaina, sembrerebbe in grado di inibire la capacità delle cellule cancerogene del tumore al seno di diffondersi in altri tessuti e quindi provocare metastasi.

È una scoperta frutto del lavoro di un gruppo di ricerca dell’Università della Svizzera italiana in collaborazione con l’Ospedale regionale Bellinzona e Valli.

Lo studio, pubblicato sul British Journal of Anaesthesia, si è basato su ricerche epidemiologiche precedenti che avevano segnalato un possibile legame fra l’anestesia e la riduzione dell’incidenza di recidive tumorali.

In passato, si era pensato che a determinare il fenomeno fosse la riduzione dello stress operatorio o l’effetto inibitorio diretto di certi anestetici.

Tricomoniasi, servono più dosi per eradicarla

La terapia con una sola dose non dà sufficienti garanzie

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È necessario un approccio terapeutico più aggressivo per sconfiggere la tricomoniasi. Lo dice uno studio apparso su Lancet Infectious Diseases che si è concentrato sulla terapia standard utilizzata per contrastare la malattia, basata su una singola dose di metronidazolo o tinidazolo.

Patricia Kissinger, coordinatrice della ricerca realizzata da medici della Tulane University School of Public Health, commenta: «La tricomoniasi, una comune malattia sessualmente trasmessa e curabile, può causare gravi complicazioni alla nascita e rendere le persone più sensibili all’HIV. La maggior parte delle donne affette non ha sintomi, ma nonostante questo l’infezione causa problemi nascosti».

Gli scienziati hanno reclutato oltre 600 donne a New Orleans, Jackson e Birmingham, randomizzandole ad assumere una singola dose di metronidazolo o un trattamento di 7 giorni.