Frutta e verdura per battere lo stress

Stress ridotto del 10 per cento con mezzo chilo di vegetali

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Quasi mezzo chilo di frutta e verdura ogni giorno garantisce una riduzione dello stress pari al 10%. Lo rivela uno studio della Edith Cowan University, in Australia, condotto su oltre 8.600 soggetti fra i 25 e i 91 anni.
Secondo i risultati dello studio, consumare almeno 470 grammi di frutta e verdura equivarrebbe a una riduzione dello stress percepito del 10% rispetto a chi ne consuma la metà.
L’effetto benefico sarebbe legato al contenuto di vitamine, minerali, flavonoidi e carotenoidi, tutte sostanze antiossidanti che contrastano i fattori fisiologici che determinano i disturbi dell’umore e l’aumento di ansia e stress.
Quest’ultimo, tra l’altro, può causare a lungo termine problemi cardiovascolari, danni al sistema immunitario e mal di testa cronico.
La carenza di frutta e verdura sarebbe la causa di circa il 14% dei decessi globali per cancro gastrointestinale e del 9% di …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

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Ora solare, 5 consigli per evitare lo stress

Come migliorare il sonno e il benessere psicofisico

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Spostare l’orologio un’ora indietro e tornare all’ora solare può mandare in tilt il nostro organismo per poche ore o, addirittura, sino a 3 settimane.
Con grosse ricadute su umore, fame, sonno, metabolismo e sistema immunitario.
Perdere un’ora di luce naturale e trascorrere più tempo con la luce artificiale, infatti, comporta una minore disponibilità di serotonina (ormone della serenità e dell’attività mentale) e di vitamina D (che, oltre a incidere sulla salute delle ossa, stimola la risposta immunitaria innata e il tono dell’umore in senso positivo) e allontana la produzione di melatonina, l’ormone che regola la qualità del sonno, dalla durata alla profondità.
E dal dormire male derivano, inevitabilmente, vari problemi: astenia, mancanza di concentrazione, irritabilità, calo dell’umore, alterazione della resilienza dello stress.
“E non solo. A seconda della sensibilità del …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

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Malaria, finalmente il primo vaccino

Approvato dall’Oms il vaccino sviluppato da GlaxoSmithKline

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Migliaia di bambini potrebbero essere salvati grazie al primo vaccino contro la malaria approvato dall’Oms. Si tratta del vaccino prodotto da GlaxoSmithKline, ideato per attivare il sistema immunitario dei bambini contro il Plasmodium falciparum, il più letale fra i patogeni della malaria.
“Questo è un momento storico, il lungamente atteso vaccino contro la malaria per i bambini è un passo avanti per la scienza, la salute dei bambini e il controllo della malaria”, ha commentato il direttore generale Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Il vaccino va somministrato in 4 dosi nei bambini dai 5 mesi ed è raccomandato per chi vive in zone dove la trasmissione è da moderata a severa. Durante la sperimentazione, il vaccino ha mostrato un’efficacia del 50% contro la malaria severa nel primo anno, che scende a zero a partire dal quarto anno. Gli scettici fanno notare che l’impatto del vaccino nella …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

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Covid, arriva il primo vaccino a Dna

Più economico, facile da produrre e da distribuire

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Il primo vaccino a Dna contro Covid-19 è stato sviluppato in India e sta per essere autorizzato. Si chiama ZyCoV-D ed è stato ideato dalla casa farmaceutica Zydus Cadila.
Il vaccino contiene molecole di Dna circolare, chiamate plasmidi, che portano l’informazione genetica per la proteina Spike di Sars-CoV-2 a cui si aggiunge una sequenza che promuove l’attivazione del gene.
I plasmidi penetrano nelle cellule dell’organismo e raggiungono il nucleo dove si convertono in Rna messaggero. Le molecole di mRna si spostano nel citoplasma dove vengono “tradotte” nella proteina Spike.
Il sistema immunitario reagisce contro la proteina estranea, producendo cellule e anticorpi specifici.
I dati della sperimentazione parlano di un’efficacia su infezione sintomatica del 66,6%, inferiore a quella dei vaccini a mRna. C’è da considerare, però, che la sperimentazione dei vaccini ora in uso è stata …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

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Covid grave, coinvolto l’interferone

Possibili nuove strategie farmacologiche

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La risposta immunitaria innata stimolata dall’interferone (IFN) di tipo I, rilasciato a sua volta dalle cellule dendritiche plasmacitoidi (pDC) nella fase iniziale dell’infezione da SARS-CoV-2, svolge un ruolo chiave nel prevenire la progressione della malattia da COVID-19.
Un team di ricercatori (Università San Raffaele di Milano, Policlinico di Tor Vergata, Università di Padova, Metabolic Fitness Association) coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), ha messo sotto la lente di ingrandimento, in uno studio pubblicato su Plos Pathogens, proprio i meccanismi delle risposte immunitarie innate nella patogenesi della COVID-19.
“Abbiamo studiato l’interazione precoce tra SARS-CoV-2 e le cellule del sistema immunitario in un modello sperimentale in vitro basato sulle cellule del sangue periferico umano – spiega Eliana Coccia dell’ISS, a capo dell’indagine – e abbiamo visto che …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

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Armare il sistema immunitario contro i tumori del sangue

Nuovo approccio sperimentale per combattere le leucemie

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Un gruppo di ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano – coordinati da Giulia Casorati, responsabile dell’Unità di Immunologia sperimentale dell’istituto – ha identificato un nuovo approccio terapeutico per trattare i tumori del sangue, ingegnerizzando in laboratorio specifiche cellule immunitarie prelevate da donatori sani.

Si tratta di linfociti T geneticamente modificati con un recettore, chiamato TCR, in grado di riconoscere la molecola CD1c, presente sulla superficie cellulare e associata a un particolare antigene lipidico (mLPA), sovra-espresso nelle cellule maligne.

La novità dello studio è racchiusa nel complesso formato da CD1c con mLPA, una sorta di meccanismo chiave-serratura, identico in tutti gli individui: il TCR identificato è quindi “universale”, cioè in grado di riconoscere le cellule tumorali di ogni paziente.

Sclerosi multipla, riattivare le cellule immunitarie

Nuova possibile strada per controllare l’infiammazione

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I linfociti T regolatori (Treg) hanno un ruolo fondamentale nel modulare la risposta del sistema immunitario, controllando che reagisca efficacemente contro gli agenti esterni, ma senza attaccare le stesse cellule del nostro organismo, causando il fenomeno definito auto-immunità.

Proprio per via del loro ruolo di “sentinelle”, una riduzione nel numero o una disfunzione delle cellule Treg è fortemente implicata in diverse malattie autoimmuni, tra le quali la sclerosi multipla.

Una nuova ricerca, guidata dall’Università Federico II di Napoli con la collaborazione di I.R.C.C.S. Multimedica di Milano, Consiglio Nazionale delle Ricerche (IEOS-CNR) di Napoli e I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), ha ora messo in luce un elemento cruciale per la vita e la funzionalità dei linfociti T regolatori. Il lavoro scientifico è stato pubblicato sulla rivista Immunity.

Scoperto un gene che regola l’interferone beta

Molecola chiave per la difesa da virus e tumori

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Gli interferoni sono un insieme di molecole infiammatorie con un ruolo chiave: dal loro rilascio dipende infatti la capacità del sistema immunitario di eliminare con successo patogeni come SARS-CoV-2 o di contrastare lo sviluppo dei tumori.

In una ricerca pubblicata oggi sulla prestigiosa rivista Immunity e coordinata da Renato Ostuni – responsabile del laboratorio Genomica del Sistema Immunitario Innato presso l’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) di Milano – si descrive il ruolo di un nuovo gene che agisce come interruttore per la produzione di interferone β.

La scoperta, che suggerisce un nuovo target terapeutico per modulare la risposta immunitaria, ha importanti implicazioni nella lotta alle malattie infettive e oncologiche e apre la strada allo sviluppo di protocolli di terapia genica più efficaci.

AstraZeneca, trovata la cura per i rari casi di trombosi

Ricercatori canadesi hanno sperimentato con successo un cocktail di farmaci

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Un cocktail di farmaci anticoagulanti e immunoglobuline consente di salvare la vita alle persone vittime dei rarissimi casi di trombosi dovuti all’inoculazione del vaccino anti-Covid di AstraZeneca.

A trovarla sono stati i ricercatori canadesi della McMaster University. La cura ha funzionato su 3 pazienti colpiti da trombosi ed è stata descritta sulle pagine del New England Journal of Medicine.

A scatenare la reazione del sistema immunitario sarebbe una proteina del sangue, PF4, il fattore piastrinico 4. Ciò attiva le piastrine, inducendole ad aggregarsi e a formare dei grumi.

L’effetto è la riduzione del numero di piastrine circolanti. Il mix ideato dagli scienziati canadesi ha un duplice effetto: le immunoglobuline fermano l’attivazione delle piastrine, rallentando quindi la formazione dei trombi, mentre gli anticoagulanti riducono la dimensione di quelli già in essere.

Covid, perché la variante inglese è diventata dominante

Nel sistema immunitario la chiave per capire il successo della variante Alpha

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In pochi mesi, la variante inglese – catalogata qualche giorno fa “Alpha” dall’Oms – ha conquistato la scena diventando dominante sia negli Stati Uniti che in Europa. Ma cosa ha determinato questo rapido successo?

Un team di ricercatori inglesi se lo è domandato in una ricerca che ha indagato i meccanismi biologici alla base della diffusione del virus. Secondo i ricercatori, la variante Alpha ha la capacità di aggirare la prima linea di difesa del sistema immunitario, guadagnando tempo per diffondersi nell’organismo.

“Siamo rimasti molto colpiti da quanto emerso dallo studio – ha spiegato commentando la ricerca al ‘New York Times’, Maudry Laurent-Rolle, fisico e virologo della Yale School of Medicine – Per ‘funzionare’ i virus devono riuscire a superare la barriera del sistema immunitario. Se riescono a farlo diventano più forti e quindi più pericolosi”.