Il punto debole del coronavirus


Scoperto grazie al sangue di un sopravvissuto alla Sars

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L’epidemia di Sars che colpì la Cina all’inizio del secolo potrebbe ora aiutare i ricercatori a capire come fermare il virus “gemello”, Sars-Cov-2. Uno studio realizzato dagli scienziati dello Scripps Research Institute di La Jolla in collaborazione con i colleghi dell’Università di Hong Kong ha analizzato un anticorpo ricavato dal sangue di un sopravvissuto all’epidemia di Sars, servendosene per individuare un possibile punto debole del nuovo coronavirus.
Lo studio è stato pubblicato su Science ed è il primo a mappare l’interazione di un anticorpo umano con il nuovo coronavirus a risoluzione quasi atomica. La mappatura ha rilevato un sito quasi identico su entrambi i coronavirus ai quali si lega l’anticorpo: “La conoscenza di siti conservati come questo può aiutare nella progettazione di vaccini e terapie contro Sars-CoV-2, e questi proteggerebbero anche da altri coronavirus, compresi …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | Sars, coronavirus, anticorpo,

Siamo tutti malati


Articolo a cura di Omar Sabry Science Communication @Tiss’You

Illustrazioni a cura di Tommaso Scandola

Sono stato contagiato e mi sono ammalato. Credevo di essere immune, poiché la razionalità è un vaccino ad ampio spettro, ma a quanto pare la paura è mutevole e trova nell’iper-informazione nuove forme di trasmissione. Altro che aerosol e droplets nell’aria. Mi è bastato sbloccare lo schermo del telefono. Prima il bombardamento mediatico dei giornalisti. Poi gli influencer, quelli che di solito parlano di make-up e cose frivole, con le loro storie Instagram sugli scaffali vuoti dell’Esselunga. Poi ho visto un video, dove un ragazzo tira fuori dalla tasca un oggetto misterioso causando il panico nelle persone attorno a lui, che scappano via urlando. Non era l’Iran e quell’oggetto non era una granata; il ragazzo semplicemente estraeva un fazzoletto nei pressi della fermata Romolo di Milano. È seguito un periodo di incubazione, in cui ero convinto di essere sano. Poi, è arrivato il primo sintomo. Un riflesso del trigemino, semplice allergia alla polvere, non saprei. Era uno di quei classici starnuti che sono abituato a fare in qualsiasi stagione dell’anno. Il sintomo non è stato lo starnuto, ma il terrore che ho provato nell’esecuzione di un gesto involontario che non potevo fermare. In quei tre secondi di solletico nasale ed espulsione forzata di aria sono arrivato a provare perfino senso di colpa. È stato lì che ho capito: il virus della paura aveva contagiato anche me.

IL VIRUS EGOISTA

Il virus egoistaIl virus è un microrganismo essenziale. Potremmo quasi dire che si tratta solamente di un mucchietto di informazioni genetiche ben impacchettate. Il suo scopo è quello di sopravvivere e replicare e lo fa diventando il parassita di una cellula, infettandola. Non è che abbia un progetto a lungo termine – se evolve lo fa solamente per errore – semplicemente ha un destino egoista, per usare le parole di Richard Dawkins. Sopravvive e replica, fino a che non entra in competizione con qualcosa di più forte di lui (come ad esempio un organismo multicellulare evoluto fino al punto da sviluppare un sistema immunitario adattativo, vi pare?). La volontà, se possiamo parlare in questi termini, di sopravvivere e replicare non è però esclusiva dei geni, di cui i virus sono dotati, ma anche delle idee che oggi possono diffondersi alla velocità di una connessione internet a banda larga e albergare, parassitarie, nelle nostre menti. Il tutto, in una misura di amplificazione così allargata che ci vede quotidianamente connessi, pronti a cedere parte della nostra coscienza individuale ad una coscienza universale sociale. La paura non è altro che un’idea e, se mi permettete l’uso di metafore e similitudini, si comporta come un virus. Si muore più frequentemente in macchina, che in aereo, eppure la quasi totalità delle persone ha un maggiore terrore del volo piuttosto che della guida, in preda ad una paura parassitaria che fugge qualsiasi regola razionale. Nel caso di una pandemia universale in grado di sterminarci, la paura ha raggiunto chiunque con un’efficienza e una rapidità tali che un virus ha solo da imparare. Alcuni sono portatori sani, ma ogni condivisione è un contagio e, in men che non si dica, esplode una pandemia di fobia senza precedenti.

LAVATEVI LE MANI

Così come un virus può essere più infettivo di un altro, allo stesso modo alcune paure possono essere più contagiose. Non si tratta sempre di un fatto negativo: c’è quella istintiva che porta le persone a sopravvivere. Se oggi facciamo i salti perché un innocente insettino si appoggia sul nostro naso, lo dobbiamo ai nostri antenati in preda ad una fifa che forse ai tempi era ritenuta ridicola, ma ha permesso loro di sopravvivere ai morsi di insetto. L’eccesso, però, può essere dannoso ed è la ragione per cui esistono parole per definire la paura con un’accezione negativa come: isteria, psicosi, paranoia. Se la razionalità non è sufficiente a renderci immuni agli attacchi di panico, per difenderci dobbiamo ricorrere a qualcosa di altrettanto irrazionale: la speranza. Lavatevi le mani, perché andrà tutto bene. Non dovete lavarvi le mani come arma di difesa. Lavatevi le mani perché è un buon comportamento. Un po’ come: seduti composti, così non vi viene la schiena storta. Lavatevi le mani perché potrebbe aumentare la vostra fortuna di non contrarre questo virus, ma se dovesse succedere non preoccupatevi. Nel caso, i farmaci vi faranno sentire meglio e, alla comparsa di sintomi più gravi, i medici faranno di tutto per aiutarvi. Qualcuno è morto, ma non lo scopriamo adesso che la morte fa parte della nostra vita. Magari leggere Heidegger vi può far bene, non lo so. In ogni caso supereremo tutto questo, ne sono sicuro. Non perché io sia un virologo, ma perché preferisco la speranza al terrore. E credo ce ne sia bisogno, quando la reazione della gente spaventa di più di un’infezione virale. Non sono solito dare consigli, ma questa volta mi sento di invitare tutti a dosare la propria capacità di fare informazione con post e condivisioni. Forse ci siamo già tutti ammalati, ma con un po’ di speranza possiamo guarire. E forse ne usciamo pure vaccinati.

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Il coronavirus è nell’aria?


Alcuni sostengono che il contatto con gli altri non è l’unica via di contagio

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Circola molto la notizia secondo cui il nuovo coronavirus avrebbe la capacità di circolare nell’aria. Come si è arrivati a sostenere tale tesi? I virus che colpiscono l’apparato respiratorio si diffondono nell’ambiente tramite saliva e muco della persona infetta.
Le secrezioni circolano sotto forma di “droplet”, goccioline emesse con un colpo di tosse o uno starnuto. Se l’infetto non si ripara la bocca e il naso con le mani, allora i droplet si depositano su ciò che trovano nel giro di 1-2 metri. Se invece lo fa e poi non si lava immediatamente le mani, le goccioline infetteranno tutto ciò che la persona toccherà di lì in poi. Sulla superficie in cui è “atterrato”, il coronavirus – e gli altri virus che causano sindromi influenzali – sopravvive per qualche ora, non si sa con precisione quante. Se in questo arco temporale un’altra persona tocca la superficie e poi porta le mani in faccia, …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | coronavirua, aria, aerosol,

Il primo vaccino per il coronavirus è un cerotto


Mappa interattiva per seguire contagi e decessi

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Un cerotto da applicare sul braccio o sulla spalla e nel giro di 2 settimane l’immunità al virus Sars-Cov-2 è garantita. Così almeno affermano i ricercatori della School of Medicine dell’Università di Pittsburgh, fra cui l’italiano Andrea Gambotto.
Il cerotto è costituito da 400 microaghi che coprono una superficie di 1,5 centimetri. Il team americano è lo stesso che nel 2003 aveva realizzato il primo vaccino in assoluto contro un coronavirus, in quel caso il virus della Sars. Tuttavia, la Sars venne contenuta grazie a un livello di contagiosità molto meno rilevante del nuovo coronavirus e il vaccino non venne mai sperimentato sull’uomo. Nel 2014, poi, lo stesso gruppo studiò anche un vaccino per il virus della Mers, altro parente di Sars-Cov-2.
“Con la SARS già nel 2003 avevamo identificato la proteina chiave che dobbiamo usare come target anche per il nuovo SARS-Cov-2: la proteina …  (Continua) leggi la 2° pagina articolo di salute altra pagina

Keywords | coronavirus, influenza, pandemia,

Ma la primavera non lo sapeva

In questi giorni il web sta offrendo, tra le varie cose, tante belle riflessioni, iniziative, pensieri. Eccone un esempio davvero speciale: grazie Irene Vella per le tue parole incredibilmente toccanti.

Era l’11 marzo del 2020, le strade erano vuote, i negozi chiusi, la gente non usciva più.
Ma la primavera non sapeva nulla.
Ed i fiori continuavano a sbocciare
Ed il sole a splendere
E tornavano le rondini
E il cielo si colorava di rosa e di blu
La mattina si impastava il pane e si infornavano i ciambelloni
Diventava buio sempre più tardi e la mattina le luci entravano presto dalle finestre socchiuse
Era l’11 marzo 2020 i ragazzi studiavano connessi a Gsuite
E nel pomeriggio immancabile l’appuntamento a tressette
Fu l’anno in cui si poteva uscire solo per fare la spesa
Dopo poco chiusero tutto
Anche gli uffici
L’esercito iniziava a presidiare le uscite e i confini
Perché non c’era più spazio per tutti negli ospedali
E la gente si ammalava
Ma la primavera non lo sapeva e le gemme continuavano ad uscire
Era l’11 marzo del 2020 tutti furono messi in quarantena obbligatoria
I nonni le famiglie e anche i giovani
Allora la paura diventò reale
E le giornate sembravano tutte uguali
Ma la primavera non lo sapeva e le rose tornarono a fiorire
Si riscoprì il piacere di mangiare tutti insieme
Di scrivere lasciando libera l’immaginazione
Di leggere volando con la fantasia
Ci fu chi imparò una nuova lingua
Chi si mise a studiare e chi riprese l’ultimo esame che mancava alla tesi
Chi capì di amare davvero separato dalla
vita
Chi smise di scendere a patti con l’ignoranza
Chi chiuse l’ufficio e aprì un’osteria con solo otto coperti
Chi lasciò la fidanzata per urlare al mondo l’amore per il suo migliore amico
Ci fu chi diventò dottore per aiutare chiunque un domani ne avesse avuto bisogno
Fu l’anno in cui si capì l’importanza della salute e degli affetti veri
L’anno in cui il mondo sembrò fermarsi
E l’economia andare a picco
Ma la primavera non lo sapeva e i fiori lasciarono il posto ai frutti
E poi arrivò il giorno della liberazione
Eravamo alla tv e il primo ministro disse a reti unificate che l’emergenza era finita
E che il virus aveva perso
Che gli italiani tutti insieme avevano vinto
E allora uscimmo per strada
Con le lacrime agli occhi
Senza mascherine e guanti
Abbracciando il nostro vicino
Come fosse nostro fratello
E fu allora che arrivò l’estate
Perché la primavera non lo sapeva
Ed aveva continuato ad esserci
Nonostante tutto
Nonostante il virus
Nonostante la paura
Nonostante la morte
Perché la primavera non lo sapeva
Ed insegnò a tutti
La forza della vita.

photo: Unsplash

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La plasmaterapia può sconfiggere il coronavirus?

A Pavia avviato un protocollo di sperimentazione

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Nei casi più gravi, i malati di Covid-19 potrebbero essere trattati con la plasmaterapia, vale a dire con trasfusioni di sangue donato da soggetti colpiti dall’infezione ma ormai negativi e immunizzati.

Cesare Perotti, responsabile del servizio di Immunoematologia e Medicina trasfusionale del San Matteo di Pavia, spiega:

«È una procedura già collaudata che oggi può essere utilizzata per combattere un virus nuovo, come il Covid-19, e salvare pazienti in gravi condizioni. Il plasma iperimmune – spiega Perotti – è già stato utilizzato anche in passato, per la cura della Sars e dell’Ebola. Possono donarlo i pazienti guariti dal coronavirus, cioè soggetti che hanno avuto due tamponi negativi effettuati in due giorni consecutivi. Nel plasma di queste persone si sono sviluppati anticorpi in grado di combattere efficacemente il Covid-19».

Coronavirus, i polmoni dei fumatori sono più a rischio

Potrebbe spiegare la differenza di genere nei contagi

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Il nuovo coronavirus predilige gli uomini, questo è un dato di fatto. I dati raccolti finora indicano un tasso di contagio e di mortalità molto più elevato nella popolazione maschile. Una delle ragioni potrebbe risiedere nell’abitudine o meno a fumare.

Se nelle fasce d’età più giovani, fumare è un’attività che non ha distinzioni di genere a livello statistico, ciò non avviene fra gli over 65, dove si registra una netta prevalenza di fumatori uomini. Ed è proprio questa la fascia d’età più colpita dal virus.

Giorgio Scagliotti, direttore dell’Oncologia all’Università di Torino, commenta:

Impossibile dirlo ora. Siamo talmente impegnati a contrastare quest’epidemia negli ospedali, a cercare posti letto, a creare nuove terapie intensive, a salvare vite umane e — se riusciamo — a salvarci anche noi, che non c’è tempo per analisi statistiche approfondite in questo momento.

Coronavirus, alcuni pazienti restano contagiosi

Virus nell’organismo a distanza di 8 giorni dalla scomparsa dei sintomi

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La scomparsa dei sintomi associati al nuovo coronavirus non è elemento sufficiente per garantire la non contagiosità di un soggetto. Secondo uno studio pubblicato sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, circa la metà dei pazienti trattati con sintomi lievi di coronavirus mostra la presenza del virus nell’organismo ancora 8 giorni dopo la scomparsa dei sintomi.

Lo studio, realizzato da scienziati del Treatment Center of PLA General Hospital di Pechino insieme a colleghi della Yale School of Medicine, è a prima firma di Lixin Xie, che spiega:

“Se hai manifestato una lieve sintomatologia respiratoria causata dal COVID-19 estendi la tua quarantena per altre due settimane dalla scomparsa dei sintomi, per essere sicuro di non contagiare altre persone”.

Coronavirus, una molecola per le complicanze polmonari

Allo studio un farmaco che blocchi la reazione esagerata di TLR4

Una molecola per fermare le complicanze polmonari del coronavirus. La battaglia contro l’epidemia in corso potrebbe avere un’importante arma al suo fianco: un farmaco che non agisce direttamente sul virus ma che potrebbe arginare le complicanze improvvise causate dal Covid-19 e quindi il numero di vittime.

A seguito dell’infezione SARS-COV2, il virus genera un danno del tessuto polmonare, detto in inglese Acute Lung Injury (ALI). Il danno al polmone, non necessariamente grave da subito, scatena la produzione di sostanze, dette allarmine, che attivano recettori importanti nel nostro sistema immunitario, tra cui il TLR4 che normalmente difende l’organismo stimolando risposte immunitarie e infiammatorie per debellare l’infezione in atto.

L’epidemia di Coronavirus era in corso da tempo

Epidemiologi dimostrano la circolazione del virus ben prima del 20 febbraio

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La sera del 20 febbraio l’Italia ha conosciuto in maniera traumatica il nuovo coronavirus. Mattia, il paziente 1 di 38 anni di Codogno, è stato subito intubato e posto in terapia intensiva, dalla quale è riemerso solo più di 20 giorni dopo.

Nei giorni successivi, in Lombardia si è verificato un aumento vertiginoso dei casi di infezione. Un team di scienziati di vari centri fra cui la Fondazione Bruno Kessler di Trento ha esaminato i primi 5.830 casi di contagio per ottenere la prima catalogazione epidemiologica di Covid-19 in un paese occidentale.

A partire dal 21 febbraio, le autorità sanitarie hanno tracciato tutti i contatti del paziente 1, definito in tal modo perché non aveva viaggiato direttamente in Cina e doveva essere stato di conseguenza infettato da un paziente 0.